“Café Society” (id., 2016) è il quarantasettesimo lungometraggio del regista-sceneggiatore Woody Allen.
Ed ecco per l’ennesima volta esce un film del newyorkese. Oramai ci siamo abituati e non sarà lo stesso anno nuovo imperturbabile con il film che sai che arriva come ogni volta c’e un Capodanno o un Ferragosto.
Il cinema di Allen è da stagione senza sfizi edulcorati e come vizio altisonante e remissivo di un cinema d’ascolto perché quando esce dal resto le cose (per chi scrive) non gli sono riuscite benissimo. Stesso film dice qualcuno, forse sì e forse no… volendo raggiungere lo stile e il verso del capolavoro di un Bergman o di un Fellini. Ogni volta dice che ha fatto qualcosa ma non certo un gran film. Un Allen ancora bambino che deve crescere.. Allen è (in fondo) un inguaribile ottimista!
Il regista trova rifugio negli anni trenta in uno sfizioso antagonismo tra Grande Mela e Grande Finzione, Manhattan e Hollywood, Central Park e Ville sontuose, Broadway e Beverly Hills. Tutto diventa dicotomia tra il cielo promettente sopra lo skyline del ponte di Brooklyn come il traffico di una Boulevard mentre la famiglia si riunisce per un pranzo tutto insieme nella villa del produttore una piscina fa da sfondo a un aperitivo di ‘martini-dry’ a iosa di gola e di sfarzo oltre la misura più consueta.
Il fuori campo di Woody (sua la voce narrante) fa da apripista e collegamento tra gli stormi di incontri, facezie, aperitivi, feste, glamour, eccessi e lussi sfrenati oltremodo appariscenti. Il gioco del rimpiattino tra una vita faticosa (quella dell’est) e una vita facile (quella dell’ovest): produzioni casalinghe e mega produzioni. Il nostro si pone nel racconto per darci il là di un’America anni trenta diritta e veloce con uno swing piacevole e una bella vita accattivante in ogni senso.
Bobby, un ragazzo volenteroso e capace, vuole sbarcare il lunario e decide di lasciare la sua famiglia di origine ebrea per andare a Los Angeles. Vuole tentare la strada del successo: vuole incontrare (dopo lunga attesa e caparbietà) suo zio, produttore e dentro la vita hollywoodiana. Conosce Vonnie, segretaria dello studio dello zio, se ne innamora…ma ecco che anche il suo datore di lavoro ha in mente di lasciare la moglie per…una donna più giovane. I destini si incrociano tra glamour eccessivo e ritorno a New York; lo stare tra i ‘grandi’ nel Café Society elettrizza Bobby e intanto il fratello non se la passa bene. “E’ un omicida, è diventato cristiano….non so cosa è peggio” ci confida la mamma su Rodrigo, il fratello scavezzacollo della famiglia tutta unita. Vonnie, un destino per Bobby, un’altra Veronica, un viaggio inaspettato, un incontro che non t’aspetti e gli sguardi sono fuori da ogni festa dopo un bacio al Central Park…
Addobbato, ricamato, virtuoso, ironico, spensierato, ficcante e amarognolo: il regista torna nei suoi passi e non riesce a starsene completamente fuori raccontando(si) in un’epoca d’oro per altri come richiamo alla semplice vita in un appartamento dei tanti tra sogni, speranze e cinema di basso budget. Il cinema per Allen è metastasi sublime e (s)fiorire senza sosta di certi pensieri da rimescolare; quando è tra i suoi carezzevoli vizi tra una sghignazzo di saetta e una risata smorzata, la commedia riesce acida al punto giusto e si passano piacevolmente (e più ancora) i fotogrammi degli oltre novanta minuti.
La colonna sonora, tra jazz e swing del periodo, con il sassofonista di Brooklyn Vince Giordano e la sua orchestra, danno un marchio preciso alla pellicola fino ai titoli di coda e alla ‘This Can’t Be Love’ (di Nat King Kole). Un film minimo e leggero che nasconde virtù ‘sordide’ dove la bella fotografia di Vittorio Storaro delizia il velo della sua superficie filtrando il gioco ‘vile’ di una Hollywood e le sue star dove il regista si sporca le mani per ricordare il decennio della sua nascita (quasi…un augurio).
La nostalgia sontuosa e spudorata del cinema che fu diventa specchio abbellito di un uomo che è ancora cammina tra i marciapiedi di Manhattan per scrivere una storia (quella ideale) di una vita (da capolavoro).
Recita e attori al passo, classe e volti che ci seguono, camera in leggerezza sul set e ambienti pastosa-mente vitali. Il cinema di Allen fa un ponte lungo verso un sogno che non vuole vero.
Jesse Eisenberg (Bobby), Kristen Stewart (Vonnie) e Blake Lively (Veronica) con altri e molti altri ‘litigano’ con grazia verso di noi e argutamente ci danno un amore di storia e una storia d’amore impacciata e irrisolta, voluttuosa e quanto mai acre. Bobby e Woody vanno a braccetto (senza accorgersene) in (e per) tutto il film.
La regia è sontuosamente bassa e semplice, ignobilmente virtuosa negli sguardi.
Voto: 8/10.

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