Cannes 2025 - Pillion e Die My Love, i film scandalo che non fanno più scandalo
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Cannes 2025 – Pillion e Die My Love, i film scandalo che non fanno più scandalo

Due opere diversissime, una leggera e una drammatica, che un tempo avrebbero sollevato un certo tipo di dibattiti e oggi, per fortuna, uno completamente diverso…

Cannes 2025 – Pillion e Die My Love, i film scandalo che non fanno più scandalo

Due opere diversissime, una leggera e una drammatica, che un tempo avrebbero sollevato un certo tipo di dibattiti e oggi, per fortuna, uno completamente diverso…

Pillion e Die, My Love sono stati presentati a Cannes

Non è facile capire cosa sia oggi ancora provocatorio se mostrato al Festival di Cannes (o a quello di Venezia), ma è evidente che ci stiamo via via liberando della proverbiale etichetta giornalistica dei “film-scandalo”. Non è detto non capiti nei prossimi giorni, ma finora non è stato così: il passaggio in concorso di film che avrebbero potuto risultare controversi non ha sollevato alcuna controversia. È una sensazione che provi già in sala sentendo le reazioni della platea (sospiri, sghignazzi, eccetera), ed è la testimonianza di come i movimenti di liberazione sessuale e di genere degli ultimi vent’anni abbiano avuto ricadute concrete, per lo meno in contenitori culturali come questo.

“Film-scandalo” sarebbe potuto essere ad esempio Die My Love di Lynn Ramsey, ricostruzione allucinata dello spazio mentale di una donna che affronta la depressione post-partum. Una ricostruzione che usa come interpreti due grandi divi come Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, chiedendogli performance estremamente “fisiche”, mentre Lawrence non si sottrae a usare il proprio corpo (un corpo perfettamente normale, non divistico) con estrema libertà, nudi frontali compresi. Un po’ come fatto da un’altra diva della stessa generazione, Emma Stone, in Povere creature!.

Proprio il film di Lanthimos, assieme naturalmente a The Substance, visto 12 mesi fa qui sulla Croisette, è stato tra le opere più potenti a rinegoziare lo sguardo del cinema mainstream sul corpo femminile, all’interno di un processo sociale e politico innescato, non serve ripeterlo, dai movimenti legati o accessori al #MeToo, che proprio in quell’industria si sono generati.

“Film-scandalo” sarebbe invece stato sicuramente, nei titoli di quotidiani e siti online, Pillion, l’esordio nel lungometraggio di Harry Lighton, tratto da un romanzo del 2020 chiamato Box Hill. Ambientato Bromley, una specie di paese-dormitorio nei dintorni di Londra, racconta la relazione tra Colin e Ray, il primo un vigile urbano con la passione per il canto a cappella, il secondo uno statuario motociclista di cui non conosciamo il mestiere. I due sono legati da una relazione consensuale schiavo-padrone, quello che gli americani chiamano “Total Power Exchange”, relazione che si svolge in privato ma anche su un piano comunitario all’interno di una compagnia di motociclisti.

Il film, che non risparmia scene sessualmente esplicite e dettagli grafici, parte non solo dal presupposto che il coming out di Colin non sia a tema (i genitori vogliono anzi che trovi un “buon partito”, come in migliaia di altre rom-com), ma che il contesto di una relazione omosessuale master-slave sia buono come un altro per raccontare un coming-of-age, la presa di consapevolezza di un personaggio che, attraverso una relazione sentimentale, comprende cosa lo fa stare bene nella vita.

È un po’ la versione queer di Secretary, il film del 2002 con Maggie Gyllenhaal e James Spader, ma con un tono ancora più romantico e un umorismo grandioso, tanto che viene da pensare a film come (500) giorni insieme.

Pillion ha ricevuto una accoglienza gioiosa, ottime recensioni (compresa questa: abbiamo adorato il film) ed è già stato venduto per la distribuzione in molti paesi, tra i quali ancora non figura l’Italia. Se qualcuno decidesse di farlo, trasferendolo dall’anonimato di una sezione minore del Festival di Cannes alla vetrina delle nostre sale, è probabile che l’etichetta “film-scandalo” tornerebbe, da noi, alla ribalta. Ma sono esattamente questi i film che, riconducendo pratiche consensuali “non conformi” al linguaggio universale dei sentimenti e delle relazioni familiari, spingono un po’ più in là la necessità di usare un certo vocabolario.


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