Il parco della (nostra) vita e una stanza freddissima… C’è sempre un’ombra di maligna oscurità nelle opere polanskiane, anche in questo kammerspiel di “studiata” levigatezza, forse un brivido dai nitori ammalianti dietro un volto di piacevole commedia “teatrale”, molto domestica, forse il loculo della letargia e delle pietanze borghesi.
Volti affilati che si cesellano, mascherati dietro la ligia rispettabilità d’un ruolo scritto per altri che l’iscriveranno alla “loro” classe, acerrime rivalità, come sempre d’adulti che, sapidi, tutti col loro bagaglio balzano da saltellanti, cervellotici dialoghi e un grottesco dietro l’angolo che annusa dentro l’anima, ti sfianca e un po’ fa la spia.
Infatti, tutto da parte da un incontro “amichevole” fra due coppie, per metter pace a un “contenzioso” fra i loro, rispettivi figli. Ah, i bambini, scoiattoli ingestibili che combinan tanti guai, un acceso litigio da rammendar con la saggezza di chi è grande.
Par tutto risolto, poi, fra un “sì”, un “ma” e un “però”, nascon leggere schermaglie che van “appianate” forse in una dolce torta che accheterà il problema, un “casuale” incontro che sta per “nidificarsi” in una convenevole amicizia, l’evoluzione graduale d’una ripicca che è un alibi per intavolar conversazioni che poi “involvono” in discussione, in una nausea latente che era lì lì in grembo, a partorirsi per vomitare, rimpiattini fra veloci lingue schiette, forse troppo, accudite solo dal bon ton che sempre asciuga, ma l’inquietudine di fondo permane, si stanzia e si strazia con crescente velenosità, e saltan fuori gli irreprimibili impulsi che stavan solo “guarendo” nella “gentilezza”.
Scorre così il film, corrodendoli “amabilmente”, mentre s’implodon battibeccandosi, anche annoiati e “ingrigiti”, addosso, velocemente furtivi, a origliarsi nelle paure o in un torbido che si credeva ammaestrato.

Il Dio della carneficina domina le “ricette”, gli sbalzi e l’istinto, dalle primordiali società tribali dell’Africa dove i bambini vengon svezzati col fucile in mano e addestrati alla guerra per vincer(si) sul più debole, sin a quella p(l)acata, o forse placcata (come i denti di quel puro bambino “sfigurato” da chi usa le schegge d’un pugno contundente) di noi, occidentali, educati pian piano a pianificarci al rispetto civile, alle “buone maniere”, al corteggiarci anche quando siam (s)leali, nei cortei, spesso infantili, di chi è quasi costretto ad amare l’Arte e a “castigarsi” nella non-violenza per viver(si) felice, o illusoriamente tale.

Si apre solare, con un fermo-immagine in movimento di un parchetto nello scorcio di due alberi “a mezzobusto” che l’incorniciano e, sullo sfondo, grattacieli strofinati in un terso, limpissimo Cielo dalle risonanze plumbee d’una New York un po’ “impigrita” o nel suo Sol giornaliero.

Film d’attori, col “cherubino” John C. Reilly a “drinkare” di parole “sciolte”, forse era od è solo un po’ d’alcol a luccicarti “ieratico” tra le nebbie delle false virtù, un Waltz dalla spensierata luciferinità che s’è rabbonita, e due attrici sopra e sotto le righe, esageratamente se stesse, la pudica e “nevrastenica”, piagnucolosa, apprensiva e maternissima Jodie Foster, e la Bellezza dai tacchi deflagranti di Kate Winslet. Quattro “uomini” che si rimpinzano e dan di stomaco, si “pinzillacherano” e poi apron bocca sguaiatamente, caccian il demone, sibilando nella loro claustrofobia.

Un criceto non è morto, e i bambini giocano.
Un film che non è mai pensato né soppesato, forse non c’è molto da pen(s)are. E’ la vita di “tutti”.

(Stefano Falotico)

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