Sulla carta il progetto sembrava molto carino. C’è chi dice no nasce infatti dall’idea di “giocare” con il problema della precarietà e dei raccomandati utilizzando il registro della commedia. Tanto che la strategia che i tre protagonisti (Max/Luca Argentero, Irma/Paola Cortellesi e Samuele/Paolo Ruffini) mettono in atto per dare una lezione a chi ha rubato loro il posto di lavoro è quella di «scambiarsi gli stronzi». Questo l’accordo: ciascuno dovrà prendere di mira il raccomandato (e il raccomandante) dell’altro con scherzi, minacce e tormenti di ogni tipo. In una parola: stalking. Fino a formare una vera e propria banda, molto “disperata” e poco armata, che inneggia alla lotta ai ladri di merito e che naturalmente finirà per perdere il controllo e farsi smascherare.
Nonostante queste premesse e la bravura dei protagonisti, il risultato finale non convince del tutto. Il talento è innegabile, ma Paola Cortellesi è un po’ troppo matura rispetto ai suoi partner e sia lei sia Argentero faticano a trovare un accento toscano che sembri naturale. Le risate non mancano – il personaggio più riuscito è quello di Paolo Ruffini che, grazie alla sua goffaggine, risulta subito simpatico – ma il tono predicatorio del film (specie la voce fuori campo alla fine) lascia un retrogusto che non ha nulla a che vedere con la commedia e allo stesso tempo non ha l’efficacia della denuncia. C’è chi dice no rimane allora un film sfocato. Dove i protagonisti a ragione trovano il coraggio di ribellarsi a un sistema corrotto e per nulla meritocratico, ma alla fine cadono loro stessi in errore. Nessuno ne esce vincitore. Né i ladri di merito né i “ribelli”, che pure in tutta questa vicenda riscoprono e ricordano a tutti il valore dell’amicizia. Qual è dunque la “morale”? Forse quella racchiusa in una battuta del grande Giorgio Albertazzi, qui rappresentante dei grandi signori e strateghi dell’università, della sanità e del giornalismo: «Dove andrà a finire questo Paese? Nessuno studia più un cazzo».

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Mi piace
La simpatia dei tre protagonisti, soprattutto il personaggio di Paolo Ruffini, e gli interessanti spunti di riflessione che il film lancia

Non mi piace
L’accento toscano forzato e la banalità di certe situazioni che non giustificano il tono predicatorio che il film assume sul finale

Consigliato a chi
Ha voglia di farsi qualche risata in compagnia di tre bravi interpreti ed è in cerca di una commedia carina senza troppe pretese

Voto: 3/5

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