“Che vuoi che sia” (2016) è il quarto lungometraggio del regista-attore romano Edoardo Leo.
Che vuoi che sia. Andare al cinema è un gusto imperdibile sperando in un film spassoso e anche divertente. Inutile darsi delle arie meglio partire dal basso e cercare di dare al pubblico un prodotto ‘godibile’. Vista così la proposta del regista è ben accetta: certo la sceneggiatura non appare uniforme e un po’ più di convinzione…
Edoardo Leo ha il suo modo di porsi e di bucare lo schermo a suo modo: riesce con una simpatia sottratta e contenuta ad alimentare il suo recitare anche a scatola ferma e inquadratura verso il circostante. Gli altri nei suoi racconti hanno vigore e non sono solo spalle, anzi pare che la spalla sia lui per spulciare ogni chiosa narrativa per pensare e quantomeno sorridere non di nulla.
Il pretesto è buono, il decanto discreto ma l’impianto resta incerto e forse alquanto sbilenco nella sua potenzialità non solo corrosiva ma, anche, e sopratutto, demenziale sull’uomo moderno scemo e rincretinito.
Ecco la ‘prevalenza del cretino ‘ ( di cui Frutterò & Lucentini dovrebbero avere diritti d’autore a iosa) che sfiora ogni rimonta e gioco della pura commedia. Lo straccio di un video amatoriale, lì per caso e per soldi senza speranza, diventa la luna da raggiungere per una coppia priva di conforti concreti per costruire veramente famiglia e finalmente fare un figlio senza chiedere risorse a genitori e amici ( che poi non ne hanno come loro).

Claudio e Anna iniziano bene serviti come si deve in un ristorante da ‘duecento euro’ a testa. Che lusso e che cibo… ma stanno provando e assaggiando per il loro matrimonio… E’ il loro essere scrocconi per cercare di badare alla giornata prima di sbarcare il lunario. Arrivano i titoli di testa piacevoli e accattivanti su una ‘Milano’ che oramai non si beve più da un pezzo. I due hanno bisogni di cose concrete. Un’insegnante non di ruolo e un ingegnere in cattive acque. E ho detto tutto inizia la storia di una serata da ubriachi per dimenticare la loro vita magra(issima). Ecco un video su internet, ecco una proposta, ecco la perversione di chi legge e ecco che fioccano offerte da capogiro fino a duecentocinquantamila euro per un video-porno-intimità per la coppia che ha bisogno di denaro…per un eventuale figlio.
Certo che i genitori di lei non rabbrividiscono per il troppo spavento alla notizia e certo che anche il padre di Claudio parte sparato contro; c’è lo zio Franco che prendendo la palla al balzo si offre come manager. Fare o non fare il video? Accettare o no?
Il film ha una buona fase iniziale con risvolti anche piacevoli poi si contorce con piccole-grandi discussioni che fanno perdere il ritmo come gli incontri ‘isolanti e vuoti’ all’ultimo piano di un locale con solo spazi e digitali per parlarsi. Giovani, forse capace ma la sensazione di un rincoglionimento di parole inutili.
‘Sarà una giornata di m….”, è il quasi incipit costrittivo di Franco che vive disperato e in affitto con servizi fotografici matrimoniali per sopravvivere dentro la casa degli ‘sposi’ senza figlio.
Certo che il linguaggio sopra le righe dei tre reiterato più volte e copiato ad ogni circostanza inconcludente mette il sorriso una volta poi risulta compiaciuto e senza verve narrativo. Una meglio descrizione dei personaggi sarebbe stata utile e lo ‘spessore’ sarebbe cresciuto. Evidentemente non si può: è facile cadere nel gioco ordinario di una ‘piattaforma’ moderna usuale e comoda.

Le prove di Edoardo Leo (Marco) e di Anna Foglietta (Anna) sono in parte e riescono a conquistare senza banalizzare troppo, Rocco Papaleo (Franco) si aggiusta da solo il ruolo, non centrando pienamente il colpo. In tali casi l’ordinaria regia e la prassi accomodante non fa sentire nessun profumo di un cinema ‘ricordo’ ma si fa il verso a uno sogno che svanisce appena ti ‘alzi’ dalla poltrona.
Quando si dice ‘non siamo ancora pronti’ per simili mezzi digitali e meno di quello che ti aspetti arriva la proposta che pare inverosimile, quando il tuo cervello è pieno di bollicine e di alcol a iosa. Il sapere della vita è il sapore di un letto ancora da consumare. Mi faccio vedere tanto nessuno se ne accorge (nonostante i guardoni sono tutti lì incollati al piccolissimo schermo mentre Franco si fa un giro in strada): il grande schermo è diventato troppo piccolo per un film che si mostra in mono.cellulare.tv.
Voto: 6-/10.

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