“Codice criminale” (Trepass Against Us, 2016) è il primo lungometraggio del regista inglese Adam Smith.
Una pellicola che si addestra piacevolmente per chi saluta con alchimia propensa un’ambientazione grezza, periferica, sporca, polverosa e disabitata.
Una pellicola che si mette in mostra per essere accattivante per chi trova un giusto sguardo nel cast col duo Michael-Brendan precisi e opposti.
Film, invece, che arriva, stancamene alla fine, con corse, dormite, interrogatori, sbandate, educazioni e scoppi che non trovano un senso compiuto e alternativamente si annullano senza dirci oltre quasi a doverci richiamare all’attenzione che c’è un girato (forse..) non visto e una sceneggiatura incompiuta.
Lezione di cinema anomalo dove l’attore sposta la macchina da presa e dove l’inquadratura si compiace dei boschi e della natura quando il futile in più annulla l’utile in meno e le corse impazzite delle auto salutano un rally fuori strada e fuori onda.
Si inizia di corsa, un afflato con il pubblico (scarso in sala), si incentiva lo scambio dei personaggi e il loro mondo, si finisce con un compleanno, un regalo, un albero e uno sguardo verso di noi mentre una rete raccoglie (i cocci) pindarici di una famiglia unita. Ecco che il sentimento ‘sporco’ per nulla incisivo fa da sponda tra padre e figlio come tra Chad e Colby: quello trasmesso oltre lo schermo appare velleitario e alquanto privo di mordente. Non si ha l’ardore e la voglia di immedesimarsi nel contesto e tantomeno in individui poco costruiti e isolati. Le intenzioni (da cogliere qua e la) rimangono statuarie, crude e salomonicamente spente.
La caccia iniziale (senza badare a riprese simili modo ‘jurassiche’) appare già retrò e alquanto tecnica per un film povero e di poveracci, scheletrico e di periferia: forse una certa semplicità avrebbe fatto il paio con linguaggio sopra le righe e ambienti sottrattivi. Invece le corse non finiscono e le repliche sono anche faticose come un dejà-vu ripetitivo e riluttante; e il resto meno movimentato è privo di un vero linguaggio di scambio, di una ripresa di scontro e di uno spessore generazionale.

Chad Cutler (Michael Fassbender) vive con la moglie e i due figli mantenendo la baracca con rapine e crimine: vorrebbe uscire da tutto questo ma per il padre Colby (Brendan Gleeson) è un affronto alla ‘storia famigliare’ costruita sull’illegalità. Dall’auto in corsa, alla fuga a piedi e alla cima di un albero. La vita di Chad è attesa per una migliore per il figlio Tyson: deve andare a scuola per il padre mentre per il nonno l’ignoranza va bene per seguire le sue orme.
E per Colby il riferimento ‘cristiano’ è un pretesto a suo piacimento per farsi seguire e farsi piacere. Il luogo di culto diventa un culto personificato davanti all’immagine del Risorto. E usa termini evangelici per indirizzare la famiglia verso l’opposto: crimine e basta.
Si ha la sensazione, alla fine della proiezione, di aver visto poco e raccontato non bene con incongruenze paesaggi-attori. Il bosco che scorre alla fuga di Chad sembra l’apostrofo per un’altra vita, l’attesa di Colby seduto del figlio dopo una rapina sembra l’inizio di una battaglia, la corsa in auto con dietro i poliziotti sembra il cartoon ‘Cabret’ senza tempo, l’assolo sopra l’albero sembra un tv.movie sbiadito senza ‘calzelunghe’, il salto nel vuoto di padre e figlio sembra il sogno di un film che non c’è (o ancora da girare).
Michael Fassbender è certamente bravo ma farlo ignorante e senza un graffio è troppo, Brendan Gleeson ci ruba lo sguardo ma non ha capito che il suo vociare è a vuoto, il bambino Georgie Smith è convincente ma non rompe gli indugi per piacerci fino in fondo, Lyndsey Marshal è fin troppo con lo sguardo fisso che quasi taglia la cinepresa.
Regia non certo efficace e ordinaria.
Voto: 5/10.
p.s.: interruzione della pellicola (succede raramente…) a circa 20 minuti dalla fine, un segnale per un’uscita anticipata…

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