Hazel Grace è una ragazza di 16 anni con un tumore ai polmoni e respiratore d’obbligo, Augustus Waters un ex campioncino di basket diciottenne a cui è stata amputata una gamba, ma non il sorriso. Il loro è un colpo di fulmine in piena regola, con la malattia ad accomunarli ancor di più di quanto già non facciano l’età, l’amore per la lettura e la musica. Si sono annusati e piaciuti subito, perché hanno riconosciuto nell’altro l’intelligenza pronta e il disincanto, che sanno farli sfuggire al pietismo zuccheroso delle tante “dame di carità” che li circondano, ai genitori ansiosi e annaspanti, ma anche al disinteresse dei coetanei che preferiscono non entrare in contatto con il loro dolore.

Colpa delle stelle avrebbe potuto trasformarsi in una patetica e straziante Love Story o in un Autunno a New York a dimensione teen, ma si riveste invece di tenera leggerezza grazie ai dialoghi brillanti, all’ironia dei personaggi (le battute più divertenti sono affidate all’amico Isaac) e al paradossale senso di vita della gioventù dei protagonisti, interpretati da una sensibile e disarmante Shailene Woodley (Divergent) e da un esuberante e carismatico Ansel Elgort (anche lui in Divergent). E impossibile non  innamorarsi di due protagonisti così, perché non suscitano compassione ma empatia, per il loro modo di affrontare la malattia senza rassegnazione ma neanche favolistiche illusioni.

Il segreto del libro e – conseguentemente – del film ad esso molto fedele è proprio quello di non trattare una storia di cancro come una storia di cancro, ma neppure come farebbe una dramedy alla 50/50. I due protagonisti non si fanno illusioni eccessive sul futuro, tanto che Hazel all’inizio cerca di stoppare sul nascere una storia che a suo parere non avrà sicuramente un happy end, ma alla fine i due decideranno, tra molti sms e svariate sigarette-metafora, di non poter fare a meno l’uno dell’altro e di aggrapparsi a ogni singolo momento di gioia che il destino ha in serbo per loro. Tanto da accollarsi dei rischi non da poco: come il viaggio in Olanda sulle tracce dello scrittore del loro romanzo preferito.

Josh Boone ha intelligentemente trasposto il libro sul grande schermo con grande fedeltà, forse fin troppa, per paura di scontentare i tanti lettori del best-seller, ma con l’intelligenza di tagliare le scene superflue e di asciugare di molto la voce narrante di Hazel che nel libro muove il racconto, affidando alle immagini il prolisso monologo interiore della ragazza. I dialoghi tra i due ragazzi a volte suonano bizzarri, perché di stampo letterario, con effetto quasi teatrale, ma anche questo non guasta, specie se – tra le tantissime cose dette – si cita Shakespeare (nel dettaglio il primo atto del Giulio Cesare: “La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo subalterni“), che di predestinazione non a caso parla.

Stephen King ha sempre sostenuto che Stephenie Meyer fosse una furbastra ruffiana che sa “pescare” le ragazzine con frasi stucchevoli. Di John Green, l’autore del romanzo, non si potrebbe mai dire altrettanto. Anche se la sua storia nascesse da una furbizia commerciale di fondo (vedi alla voce: rendere simpatica e pertanto più accettabile la malattia), gli andrebbe comunque riconosciuto il merito di aver saputo trattare una materia ostica senza pietismi e piagnistei, trovando il giusto bilanciamento tra melodramma e commedia romantica, oscillando tra lacrime salate e dolci risate. È un equilibrismo difficilissimo quello a cui il tema cancro ha sottoposto il regista, che col suo stile “in punta di piedi,” e due interpreti eccellenti a servizio – che hanno saputo fare propria la responsabilità di quel camminare su un filo appeso – hanno reso Colpa delle stelle uno di quei film da cui non vorresti staccarti. Nel suo incessante memento mori, è un ispirato inno alla vita a cui possono essere perdonati certe superficialità e svariati déjàvu. Più di tutto del film vi porterete a casa HazelGrace e AugustusWaters, da pronunciare tutti attaccati come piace a loro.

N.B. Il kleenex è d’obbligo.

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Mi piace: l’assenza di pietismi. Il riuscito equilibrio tra melodramma e commedia romantica. i due interpreti capaci di fornire una caratterizzazione fedelissima al romanzo di base ai propri personaggi
Non mi piace: una certa epidermicità del racconto e svariati déjàvu
Consigliato a chi: ama il romanzo ed emozionarsi al cinema; e, soprattutto, a chi non ha paura di piangere al cinema.

VOTO: 3/5

 

 

 

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