Presentato al Festival di Venezia 2011, il nuovo film di Steven Soderbergh è un incubo dal sapore paranoico. La paura di nuovi attentati e di guerre diventa, dieci anni dopo l’11 settembre, paura di pandemie che colpiscono l’America e il mondo intero e che si diffondono con la stessa rapidità con cui l’uomo si sposta oggi da un punto all’altro del globo. Il mondo è in preda al panico e rischia di diventare un deserto con pochissimmi sopravvissuti. Vietato toccare, anche solo sfiorare, parlare e avere alcun tipo di rapporto con gli altri: il contagio è già vicino a noi. Come in “Traffic”, la narrazione è suddivisa in più storie che procedono parallele: un padre di famiglia (Matt Damon) che perde moglie e figlio a causa del virus, la comunità medica (Kate Winslet, Lawrence Fishburne, Jennifer Ehle) alla disperata ricerca di un vaccino, un blogger (Jude Law) che predica al mondo di aver trovato la cura e inveisce contro gli interessi politici ed una rappresentante del Consiglio Mondiale della Sanità (Marion Cotillard) che rimane coinvolta in Cina in un incidente diplomatico. Sono tutti parte di una storia più grande di loro, pezzi di un gigantesco puzzle che Soderbergh dirige con mestiere ed equilibrio: nessun attore ha scene madri, non c’è spazio per il divismo, nonostante i nomi coinvolti, ma tutti sono in qualche modo eroi pronti a sacrificarsi. Alla fine arriverà anche la salvezza di un vaccino e a quel punto, dopo un incubo di quasi 100 minuti, non senza ironia Soderbergh mostra il giorno 1, ossia il giorno in cui tutto è iniziato con la prima diffusione del contagio: nient’altro che uno sciocco quanto fatale caso del destino che ha coinvolto un pipistrello e un maiale. Se il risultato è lontano da un film corale e impegnato come “Traffic” (ma anche dal più hollywoodiano “Erin Brockovich”), Soderbergh firma comunque una buona pellicola, che ricorda per certi versi i film catastrofici anni ’70, ma realizzata con stile moderno e con l’inconfondibile cifra narrativa un po’ minimal del regista.

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