“La questione razziale americana è stat[a] davvero il Vietnam degl’anni della presidenza Obama”: allora perché non girar’un film sul divario “sempre più ampio tra le rappresentazioni simboliche – come l’elezione del primo presidente afro-americano – e la realtà drammatica – com’il fatto che la stragrande maggioranza delle povertà e delle marginalità negli Stati Uniti riguardi tuttora persone che hanno la pelle scura, in modo ancora più intollerabile oggi di quanto già non lo fosse nei decenni precedenti” (Bianchi)? “Un film così schierato, facile e diretto, senza dubbi ma pieno delle più scontate certezze (e così lungo!), è una delusione” (Niola). Forse poiché non è vero che la Bigelow sia “una cineasta che ha sempre la capacità d’occupare la posizione più difficil’e spesso anche la migliore per raccontare gl’eventi con la complessità che meritano.” La tripartizione cronologica di “Detroit” fallisce nell’analisi sociopolitica quanto quella di “Dunkirk” nell’analisi antropofilosofica. “Box office failure” meritato.

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