Robert Lorenz ci presenta il suo film, “Trouble with the Curve”, pellicola agrodolce a sottofondo sportivo che segna il ritorno sullo schermo dell’icona cinematografica Clint Eastwood, regalando un assist (per rimanere in tema) alla distribuzione italiana che sfrutta la cosa per convertirlo in un misurato “Di Nuovo in Gioco”. Regista quasi sconosciuto (ma attenzione! lavora da anni con Eastwood sotto vari aspetti), soggetto non pretenzioso, è indiscutibilmente Clint la star. La sua ultima apparizione segnò un ritiro in pompa magna. Con Gran Torino, annata 2008, in veste di regista e protagonista, ci lasciò con un film strepitoso. L’Eastwood attore se ne andava a testa altissima, una chiusura degna della sua fama. Per questo la domanda impietosa sorge spontanea: perché tornare?

Gus è uno scout del baseball. Incarnato in Eastwood ne prende le caratteristiche naturali: burbero, irascibile, carismatico ma protettivo, a suo modo, verso la figlia Mickey. E’ una leggenda vivente, in tarda età, ma comunque tale. Gode di notevole credito per la squadra dove lavora ma l’avanzare dell’età con i relativi problemi (la vista su tutti), rende l’operato di Gus molto discutibile. E in mondo dove tutto è ormai un business, la lotta interna alla società lo vede scontrarsi con Philip (antagonista, pura faccia da schiaffi), scout a sua volta, che a differenza di Gus, preferisce il computer ai giudizi vecchio stampo. Il film ruota su questa semplice trama. Di pari passo corre anche la storia con la figlia Mickey (una brava Amy Adams che non scopriamo certo oggi), abbandonata più volte in tenera età chissà perché. Avvocato in carriera, quasi fosse uscita da un libro di Grisham, dovrà a sua volta misurarsi con il padre e con se stessa al fine di ritrovare una vita più sociale. I giorni trascorsi insieme, diventeranno una doppia terapia.

Filmetto. Poche pretese e un soggetto (il baseball) che se da noi è sinonimo di totale disinteresse, in America deve necessariamente fare i conti con l’uscita non troppo lontana del Moneyball di Miller con protagonista Brad Pitt. Film diversi ma nemmeno troppo. La pellicola prende diverse pieghe, un po’ romantiche, a tratti drammatiche senza darne un senso compiuto. La sceneggiatura è leggera, prevedibile in ogni sua scena. Il finale a lieto fine, quasi imbarazzante. Gonfiare il cast con Justin Timberlake e John Goodman non da nessun valore aggiunto. Ci si riduce a una banale eterna lotta fra il vecchio classico e il nuovo informatico. Da una parte il suono “pulito” di una battuta o di una presa, dall’altra i “click” del mouse e il rumore di una tastiera. Troppo poco. Eastwood merita di meglio. Lui, il suo ce lo mette, la Adams regge il confronto. Ma le note liete finiscono qui.

Sono rimasti pochi i film dove la presenza del protagonista resta l’unica attrazione. “Di nuovo in gioco” dovrà la (scarsa) fortuna al botteghino ai fedelissimi di Clint Eastwood. Tutti gli altri possono invece lasciar perdere.

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