Gus (Clint ‘Leatherface’ Eastwood) ha ottant’anni e tutti i problemi ovvi di un ottantenne, per giunta vedovo: mangia male, la sua prostata funziona così così, e soprattutto la vista se ne sta andando. Quest’ultimo è il guaio che più lo preoccupa: Gus fa il talent scout per la squadra di baseball degli Atlanta Braves, e se dalle tribune non è più in grado di distinguere una palla dritta da una curva, la pensione è alle porte. Il suo posto fa gola in particolare al giovane Philip Sanderson (Matthew Lillard, una faccia che è tutta un programma), uno che i giocatori invece li sceglie al computer, e non mette piede su un campo di baseball da secoli. In soccorso di Gus arriva la figlia Mickey (Amy Adams, radiosa), avvocato-in-carriera-senza-tempo-per-l’amore, affezionata a papà, ma anche un po’ arrabbiata: metà dell’infanzia l’ha passata con gli zii o in collegio. Come mai Gus non ha voluto prendersi cura di lei?

Gli americani sono riusciti a mettere in circolazione nel giro di un anno due film che sono uno la negazione dell’altro, usando per giunta la stessa cornice: il baseball professionistico.
In Moneyball Brad Pitt trasformava la crisi economica della sua squadra in un’opportunità, comprando giocatori vincenti sulla base di modelli derivati dalla scienze economiche: modelli sofisticati, organizzati e gestiti informaticamente. Superava i limiti imposti dal presente, e considerati invalicabili dai rappresentanti del passato (i vecchi talent scout, tutti istinto e poca fiducia nelle novità), guardando al futuro. Anzi, creandolo.
In Di nuovo in gioco un ottantenne che “non usa nemmeno la macchina da scrivere, figuriamoci il pc” dimostra che tutte le “diavolerie tecnologiche” di questo mondo non servono a nulla: quello che conta è l’istinto, il sangue. È precisamente uno di quei talent scout saccenti – col sigaro sempre in bocca – ridicolizzati da Pitt in Moneyball.  E mentre Gus pontifica “sul rumore che dovrebbe fare la palla”, il giovane rampante e informatizzato ci fa la figura dell’arrivista deficiente. L’unico trentenne che non viene massacrato è il talent scout concorrente Johnny (Justin Timberlake), un altro che usa ancora penna e block notes, e che comunque farebbe anche lui la fine del babbeo se non seguisse un’imbeccata di Gus.

Ma la divergenza tra i due film emerge anche a livello formale: Moneyball metteva in scena lo sport sbirciandolo dalla porta di servizio – spogliatoi, uffici, sottopassaggi – concentrandosi sulle parole (lo script non a caso era di Sorkin) e lasciando ai pochi colpi in campo la capacità di sprigionare una potenza simbolica devastante. Molta sostanza, poca retorica.
In Di nuovo in gioco il baseball torna ad essere il solito sport sonnacchioso, da pic nic sui gradoni, hot dog e salviettine unte. Ogni personaggio è una caricatura, ogni svolta del racconto prevedibile con dieci minuti di anticipo. La retorica scorre a fiumi, e non c’è un solo pensiero originale o capace d’ispirare.

Per fortuna gli interpreti sono tutti bravi, Eastwood sempre irresistibile nel suo costante brontolìo da inguaribile misantropo, che sa però sciogliersi in slanci di umanità vera. E alcuni duetti tra lui e la Adams richiameranno le lacrime dei più sensibili.
Ma il film è sbagliato sotto troppi punti di vista per accontentarsi.

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Mi piace
Il film è classico, e nei suoi momenti drammatici questa classicità – unita alla qualità interpretativa di Eastwood ed Amy Adams – funziona bene.

Non mi piace
La morale iperconservatrice, che esalta esperienza e tradizioni a scapito di qualunque slancio verso il futuro. Il personaggio di Timberlake, un incapace il cui unico pregio è quello di dare ascolto al collega anziano.

Consigliato a chi
Vuole passare due ore in compagnia del vecchio Clint, la cui faccia e il cui carisma sono sempre irresistibili.

Voto: 2/5

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