Prima o poi doveva succedere.
Soltanto un mese a Venezia, assistevo alla proiezione dell’ennesimo film sull’omicidio Kennedy (Parkland di Peter Landesman).
Kennedy, Kurt Cobain, Marilyn. Diana.
Uomini e donne entrati, ciascuno a suo modo e per motivi diversi, nel cuore di milioni di persone, e che la violenta e precoce uscita di scena ha reso leggende.
Il mondo della cinematografia ama prenderli come soggetti; se ne ricostruisce la vita,per intero o concentrandosi solo su un determinato intervallo di tempo. Si celebrano, si cerca di rivelare una qualche verità che, con tutta probabilità, non conosceremo mai e che è parte integrante e fondamentale del mito stesso.

Prima o poi doveva succedere.
Visto il risultato, sarebbe stato meglio poi.

“Diana” ha la pretesa di svelare i dettagli sul grande amore tra la principessa del Galles e Hasnat Kahn, cardiochirurgo pakistano.
Di fatto, di due protagonisti, la prima non può più parlare, il secondo si è rifiutato di farlo (scelta di tutto rispetto, oserei dire).
Il film finisce quindi per essere nulla più che un mero frutto dell’immaginazione, neanche troppo fantasiosa, della biografa Kate Snell e dello sceneggiatore Stephen Jeffreys, che ci offre una prova da Federico Moccia locale.
108 interminabili minuti in cui si sprecano i cliché da soap opera di basso livello, non ultimo una fantomatica chiamata dell’ex amante che, se fosse arrivata solo un minuto prima, avrebbe potuto salvare la vita alla principessa.

La protagonista, che nell’immaginario di tutti rappresenta un raro esempio di eroe positivo, è insipida e superficiale.
Dipinta come una ragazzina annoiata, la donna che tutti abbiamo amato riacquista spessore solo negli attimi in cui sono ricreate alcune sue celebri apparizioni pubbliche che, essendo andate in onda in mondovisione, sono scarsamente rivisitabili.
Ed anche in questo caso il merito, più che al copione, è da attribuirsi a Naomi Watts, bravissima attrice nonostante tutto, che in questo frangente riesce a riprodurre alcune delle espressioni più caratteristiche di Lady D.

Secondo la regola per cui non c’è limite al peggio, il fondo è toccato dai dialoghi.
Lapidaria si abbatte sullo spettatore la frase tipica di ogni film brutto su donne di casata reale: “Perchè io sono una principessa, ottengo sempre quello che voglio” (con relativo immancabile sguardo birichino e ammiccante).
E su questo capolavoro di alta letteratura chiudo stendendo un pietoso velo.

Prima o poi doveva succedere. Sarebbe stato meglio se non fosse successo affatto.

Voto: 4/10 (Giusto per apprezzamento nei confronti della Watts, coraggiosa nell’affrontare un simile ruolo)

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