21 luglio 2001: La Notte dei manganelli. Daniele Vicari ricostruisce in Diaz una delle pagine più oscure della nostra cronaca recente: gli istanti di quel tragico G8 del 2001 quando la “democratica” Italia divenne teatro di orrori degni della peggior dittatura latinoamericana degli anni ‘70. All’interno dell’Istituto scolastico Diaz, sede mediatica del Genova Social Forum, dove diversi manifestanti e reporter erano alloggiati, si compì un massacro ai danni di persone che commisero semplicemente l’errore di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato. Un film costruito sulla base di atti processuali e testimonianze dirette delle vittime, che parte da un punto di vista accusatorio, ma non per questo ideologicamente fazioso, mostrando fatti che lasciano poco spazio alla libera interpretazione e riportando alla luce un avvenimento che si è sempre cercato di mistificare e occultare.
Un autentico pugno nello stomaco, un documento che crea un profondo disagio, ma un film necessario che getta ombre inquietanti sulle nostre istituzioni.
Non aspettatevi un documentario o una ricostruzione pedante. Quello di Vicari è cinema con la C maiuscola: teso come un horror di Carpenter, più avvincente di un catastrophic movie di Emmerich, vanta una confezione pregiata, un montaggio serratissimo e persino riprese aeree degne del migliore crime-movie.
È un racconto corale, in cui non spicca nessun protagonista, anche se vi figurano nomi di peso come Elio Germano (nei panni di un giornalista) e Claudio Santamaria (in quelli di un celerino più consapevole di altri) e che forse proprio grazie a questo diventa ancora più potente. In cui una bottiglietta lanciata per aria diventa escamotage stilistico per scandire i fatti, attraverso flashback e cambi di prospettiva.
Vicari restituisce il nostro cinema alla tradizione di impegno civile dei vari Petri e Rosi, ma non emulandone il ritmo narrativo o lo stile, anzi prendendoti alla gola con una suspence intollerabile. E guardando Oltreoceano, con un film che parla tutte le lingue e che potrebbe essere venduto in qualsiasi Paese.
Una pellicola che va vista perché ciò che è già stato offuscato non vada mai più dimenticato; ciò che è stato sommerso riemerga a galla. Don’t Clean Up This Blood, Non pulite questo sangue, suggerisce il sottotitolo del film. Lasciatelo lì a futura memoria, a ricordarci che in questo Paese l’illegalità è lo sport nazionale e che chi ci dovrebbe difendere, in virtù dei soldi che gli versiamo, invece attenta alla nostra sicurezza pur di tutelare sordide connivenze. Un film che andrebbe proiettato nelle scuole, nonostante la sua crudezza.
Onore allo sforzo produttivo di Domenico Procacci, il quale non ha potuto contare né su Medusa né su Rai Cinema, che se ne sono tirate immediatamente fuori. E merito al talento di Daniele Vicari.

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Mi piace: l’apparato da blockbuster per un film che racconta un episodio della nostra cronaca.

Non mi piace: l’appiattimento delle personalità dei politici e dei vertici della Polizia che potevano essere scavate meglio.

Consigliato a chi: a tutti coloro che non hanno paura di guardare in faccia le contraddizioni di questo Paese. A chi riesce a sopportare le scene di violenza.

Voto: 4/5

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