“Diplomacy. Una notte per salvare Parigi” (Diplomatie, 2014) è il ventesimo lungometraggio del regista tedesco Volker Schlöndorff .

Cinema lineare e classico, storicizzato e poco propenso a volare, didascalicamente poco virtuoso e alquanto in ripresa pianeggiante a seguire la recitazione di generale e console. Tutto in una ‘suite’ di albergo nella Parigi notturna tra il 24 e il 25 Agosto 1944. Gli alleati sono a due passi e stanno per liberare la capitale ma Hitler vuole distruggere la città per chiudere ‘la bocca’ ai parigini e manifestare la superiorità nazista (un declino oramai irreversibile) su un simbolo europeo. Le mine sono già pronte e l’attesa dell’ordine prossimo. Un attimo, un successione di scoppi e Parigi salterà tutta in aria.

Il generale Dietrich von Choltitz delle SS sta attendendo l’alba per ‘bruciare’ la Parigi che nessuno più conoscerà; ma prima di un ordine (che non verrà mai dato) ecco arrivare il console svedese Raoul Raoul Nordling nello studio-hotel (Meurice) del generale. E il film diventa una discussione tra due opposte idee: l’una di morte (verso i parigini su ordine del Fuhrer) e l’altra di vita (verso una città di cui è profondamente innamorato). Ecco un dialogo, dibattito, domande, risposte e non risposte, dubbi e certezze, incertezze e pensieri ora chiari, ora poco lucidi e alla fine alquanto nebulosi fino a quando la città si risveglia (forse in molti a non saperlo) lontana da un incubo e aperta nella stretta mano di alleati che diventano amici di tutti.

Certo è che il pezzo è già risaputo e dopo ogni replica ad osservazioni e questioni dell’altro (generale-console o console-generale) la mistura sembra ovvia e scontata e solo la ‘professionalità’ dei partecipanti al giro cine-teatrale (o anche se uno vuole alla bravura degli stessi con un set attorniato da elementi minimi e da oggetti, forme, posate e cibi che allietano una postura leggermente postdatata e alquanto vezzeggiativa dato il ‘lugubre’ argomento) salva una pellicola alquanto monocorde e basata su argomentazioni ‘fisse’ e ‘aspettate’: tutto pare in ordine e perfettamente in linea. Non si notano cambi e sobbalzi in attesa; mai un vero cambio di passo che potrebbe connotare un’opera e il tutto si ammanta in un ‘bel gioco’ virtuoso di ‘sana’ recitazione che alla fine non libera il film e mantiene lo sguardo in basso con un raggiungimento di un livello mediamente sufficiente. E ciò che rende ogni scena è soltanto la voglia di voler veder altro che non c’è.Una teatralità non ficcante e alla fine abbastanza ingrigita (nonostante architetture e tavoli, colori e armonie, bottoni e virtù pittoriche con vestiario altezzoso e mistificante), poco composita e alquanta piatta nello script (d’altronde il testo originario non dava altre schermaglie e tempi abbastanza risaputi). In pratica poco mordente e una didascalica prova recitativa da attori che sanno il proprio mestiere (già avevano lavorato insieme sulla stessa piece teatrale con qualche modifica).

Alla fine non ci annoia più di tanto ma ciò che si assapora è la mancanza di qualcosa che faccia lievitare il film e alzarlo da un luogo di contorno. E il panorama parigino non ci fa sentire partecipi oltre il giusto dovuto. In fondo è una storicizzazione degli avvenimenti da (molto) lontano e da posizioni oramai costruite a misura di breve racconto. Ciò che desideri non è ciò che vuoi. Un regista, due attori, una piccola storia e una fine guerra che appare in ombra. Solo i colori di uno studio di un generale sono ‘partecipativi’ ma appaiono fiochi e blandi rispetto a tutto il contesto. La Storia è altrove e i nodi recitativi (sciolti da subito) appaiono fino a se stessi. Poca passione e poca verve. L’attesa dell’ordine (che non arriva a nessuno) viene anche nascosto in un silenzio che appare quasi inutile. Retorica di parole e registro di una telefonata che illude il pathos (che mai arriva). L’inquadratura finale (di una passeggiata in pace) dentro le vie parigine è attesa ma resta priva di vera illusione storica. Retrò-finale sotto la Torre Eiffel che attende un amore di una città.

André Dussollier e Niels Arestrup tengono il film con grande ‘discrezione’ e fanno le parti con misura e giusta posizione. Ordinari ma non ‘eccelsi’. In questi casi di ‘strettoia’ dei luoghi la storia da raccontare e il regista possono fare molto(issimo). Pochi ci riescono.

La regia è pulita e attenta ai particolari così seguendo e liberando le parole degli attori di fronte.

Voto: 6+.

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