Bastano un paio di ali – ­ anche posticce – ­ a rendere il mondo più piccolo, quasi a portata di mano. È da cinque anni (tanto è passato da quando a Berk è tornata la pace e dalla fine del primo capitolo) che Hiccup, grazie a una delle sue geniali invenzioni, sorvola le terre del suo regno, in cerca di nuovi sputafuoco da salvare e di quella libertà che è incapace di provare altrove. Al suo fianco il fedele Sdentato, “alle calcagna” la fidanzatina Astrid e a casa papà Stoick che vorrebbe finalmente eleggerlo suo erede e cedergli il trono. Una prospettiva che il figlio non è pronto ad assecondare.

La seconda avventura su grande schermo del “vichingo che sussurrava ai draghi” (la terza è già in programma per il 2016) altro non è che un volo alla scoperta della propria identità e del proprio ruolo, con le responsabilità e le rinunce che questo comporta. Temi ricorrenti nel cinema d’animazione, di volta in volta declinati secondo le dinamiche e le ambientazioni della storia, e magnificati da una grafica sempre più spettacolare e vivida. Se Dragon Trainer 2 segue rotte decisamente convenzionali a livello di sceneggiatura e non replica l’audacia narrativa del primo capitolo (effetto collaterale dell’abbandono di Chris Sanders alla regia, affidata questa volta al solo Dean DeBlois), a sorprendere sono la qualità visiva, l’uso sapiente della luce, del colore e della profondità di campo; merito anche dell’effetto 3D in una di quelle rare volte che vale la pena sottolineare. Le sequenze aeree acquistano velocità, proiettando lo spettatore in una corsa del tutto simile a quella sulle montagne russe, che si spinge oltre le nuvole per poi precipitare a filo d’acqua. L’impatto estetico, già insolito nel primo film, qui si fa ancora più sofisticato, tanto da superare le barriere dell’animazione e rendere “viva” l’immagine: non è difficile contare i singoli peli che compongono la folta barba di Stoick, così come toccare con mano la pelle rugosa di Sdentato.

Questa volta il pretesto che innesca il viaggio dell’eroe è la ricerca di un nemico spietato, noto come Drago Bludvist, che intende liberare il genere umano dalla tirannia dei draghi. Per questo, tramite un esercito di seguaci simil-pirati, sta imprigionando tutti gli sputafuoco ancora in libertà, che è capace di piegare al suo volere attraverso la paura e il controllo. Da uomo di pace qual è Hiccup non intende combatterlo con le armi ma a voce. Una diplomazia che – scoprirà – è insita nel suo Dna e retaggio di quella madre che non ha mai conosciuto e ha sempre creduto morta.
La dinamica famigliare ­ – e tutta la maschile – già presente nel primo film, si arricchisce in questo sequel della presenza femminile, che nel ruolo di mentore accompagna il protagonista in spettacolari coreografie in sella ai draghi e poi verso la battaglia finale. L’ingresso in scena di questo personaggio amplifica le implicazioni emotive di Hiccup, alzando la posta in palio, gli intrecci affettivi, gli irrisolti famigliari e i colpi di scena. Anche se Valka (questo il nome della madre) non sprigiona quel calore che dovrebbe essere connaturale al suo ruolo, lasciando ancora una volta che sia l’amore tra Hiccup e Sdentato al centro dei momenti di maggior commozione: sublimazione dell’unione tra diversità.

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Mi piace
La qualità visiva del film, capace di sorprendere per l’uso sapiente della luce, dei colri e del 3D. Le implicazioni emotive che l’entrata in scena della madre scatena e amplifica.

Non mi piace
La sceneggiatura segue rotte convenzionali e non replica l’audacia del primo film.

Consigliato a chi
Ha amato il primo Dragon Trainer e vuole godersi un’animazione visivamente sorprendente.

Voto
3/5

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