Il capo di una piccola azienda, causa crisi economica, indice una votazione per i suoi dipendenti: questi devono scegliere se mantenere il posto di lavoro di Sandra – pronta a tornare dopo una lunga malattia – o ricevere ognuno un bonus di mille euro. Quasi tutti votano in favore del bonus, sta a Sandra riuscire a convincerli a cambiare idea. Per farlo ha due giorni e una notte a disposizione, prima della votazione definitiva.
A tre anni di distanza da Il ragazzo con la biciletta, i fratelli Dardenne tornano con un film che ha partecipato in concorso al Festival di Cannes. I due registi mantengono il loro stile essenziale e scarno nella messa in scena, ma non per questo meno efficace.
L’attenzione è tutta incentrata sulla protagonista: Marion Cotillard. L’attrice interpreta Sandra, una donna che soffre profondamente. Soffre perché non vuole perdere il lavoro. Soffre perché in fondo teme di non meritarlo più, quel lavoro. Soffre perché è costretta a chiedere ai suoi colleghi di rinunciare a una somma di denaro per salvarle il posto. Ogni suo turbamento è messo a nudo da una cinepresa che non l’abbandona mai: è li per filmare il suo incedere titubante, la sua profonda insicurezza, la terribile lotta con sé stessa.
Oltre alla mirabile introspezione psicologica della protagonista, ai registi interessa anche analizzare i rapporti umani e le dinamiche che si instaurano in una situazione come questa, dove si deve scegliere tra ottenere qualcosa per sé stessi o “salvare” un’altra persona. Ed ecco che possiamo osservare i sentimenti contrastanti che emergono dal confronto tra Sandra ed i suoi colleghi: il senso di colpa, la vergogna, la rabbia, la noncuranza.
In una colonna sonora praticamente assente spicca però La nuit n’en finit plus di Petula Clark, che sembra dare voce ai pensieri più intimi della protagonista cantando versi come: J’ai des idées noires en tête et la nuit me parait si longue (Ho in testa pensieri neri e la notte mi sembra così lunga).
Con una struttura ripetitiva che ricorda un po’ quella di La parola ai giurati di Lumet, anche se in questo caso a fare da sfondo alla storia ci sono desolati paesaggi belgi invece di un’aula di tribunale, il realismo di Due giorni, una notte convince proprio perché così essenziale. Il film si apre e si chiude su Marion Cotillard, che ci regala una performance di straordinaria intensità. Ma la donna che vediamo all’inizio del film non è la stessa che vediamo nell’ultima inquadratura, due giorni e una notte dopo: è una donna che ha riacquistato il rispetto per sé stessa. Il merito di questa toccante metamorfosi va ai fratelli Dardenne che, senza l’aiuto di fronzoli, facili sentimentalismi o conclusioni buoniste, hanno costruito una storia di rara umanità.

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