“Una settimana, un giorno, solamente un’ora, a volte vale una vita intera”, cantava Edoardo Bennato. Qui di vite ce ne sono qualcuna di più: 400.000 tra francesi e inglesi, tutte aggrappate a un filo. Anime disperate, serrate in una spiaggia, Dunkerque, con il nemico alle porte e un mare davanti che ne impedisce la ritirata.
Dunkirk, ultimo sforzo di Cristopher Nolan, è da subito una polveriera che asfissia senza concedere pause. Mentre seguiamo la fuga di un giovane soldato, unico superstite della propria squadra, l’inquadratura si lascia alle spalle il fascino dei paesini francesi per poi spalancarsi sulla vastità desolante della spiaggia. La Guerra, la Seconda, irrompe in tutto il suo spettacolare, triste, protagonismo. Una didascalia presenta il primo atto: il molo. Il punto di vista copre una settimana di avvenimenti, un arco narrativo con protagonisti Tommy e Alex, due giovani soldati che con ogni mezzo possibile cercano di imbarcarsi su una nave che li possa riportare a casa. E’ questa la particolarità di Dunkirk, che intreccia tre linee temporali sfasate (appunto una settimana, un giorno, un’ora) rendendole un unico, inesorabile, countdown.
Mark Rylance è invece Mr Dawson, civile proprietario di un’imbarcazione, cui la Marina Militare Britannica chiede un disperato aiuto nel soccorrere i numerosi militari sulla costa francese. Partito assieme al figlio e a un suo amico, oltre ad ogni possessore di qualsiasi cosa galleggi, salverà lungo la rotta il pilota di un caccia abbattuto. L’uomo (Cillian Murphy) è visibilmente sotto shock e terrorizzato all’idea di tornare verso la spiaggia.
L’ultimo atto si svolge nei cieli. Protagonista è Tom Hardy, pilota di uno Spitfire diretto a Dunkerque assieme ad altri due membri della formazione. Indubbiamente è il segmento più concitato e vede l’attore feticcio di Nolan restare presto solo a combattere il nemico.

Ecco Dunkirk. Uno sfavillante scenario bellico di un capitolo di storia ricostruito con magistrale abilità. Eppure il colpo di fulmine non è scattato e il vuoto emotivo lasciato una volta calato il sipario è ben più grande di quanto potessi immaginare. Come se una volta arrivata e passata la cavalleria, qualcosa sia rimasto sotto la sabbia. La “colpa” di questa distanza che lo separa dalla perfezione assoluta, probabilmente resta la natura stessa: Dunkirk è un cappio che si stringe lentamente intorno al collo; l’eccitazione della speranza che si imbatte contro il muro della disperazione, sgretolando a più riprese l’istinto di sopravvivenza. Una fotografia fin troppo palpitante, forse un dipinto su tela per quanto offre, ma a cui in fondo in fondo manca un’evidente libertà. Se con Inception e Interstellar Nolan ci aveva abituato a pensare fuori dagli schemi, godendo di un pizzico di rischio in più, Dunkirk resta legato ad un fatto storico, che pone quindi dei paletti costruttivi inevitabili. E’ forse, escludendo Insomnia, il film più convenzionale del regista inglese, che non potendo cavalcare il suo talento anarchico, si vede costretto a ricorrere ad ogni singolo trucco del mestiere per dare vita a un qualcosa di memorabile.
La sua fortuna, e bravura, è che non gli costa la minima fatica.
Stiamo parlando, d’altronde, di un impatto visivo che farà scuola, destinato a sbaragliare chiunque lo ostacoli ai prossimi Oscar (ma tecnici, sia chiaro!); una certezza testimoniata da un paio di sequenze di assoluta libidine che mettono in ginocchio tutta la più profonda angoscia di Titanic e ogni straziante istante dei primi minuti di Salvate il Soldato Ryan, scoprendo, anche, come Nolan mostri persino un’indole macabra e spietata nell’esaltare il lato drammatico nella sua forma più elevata, al punto da farci strangolare dal cinico tic tac di un orologio invisibile. Ma anche di come con la gestione spazio – tempo, questa volta si sia preso un rischio artistico importante, che se da una parte è indispensabile a scandire i tempi dei tre atti, dall’altra potrebbe non mantenere la promessa di una stesura agile e scorrevole, ridimensionando l’espediente ad una scelta fine a se stessa.
Una forma di genio e sregolatezza che domina su tutto, perfino sul cast.
Comprendere che attori e personaggi siano perfetti nella loro “piccola” dimensione priva di esaltazione, è vitale. Sono comparse di un capolavoro scenico che con o senza di loro avrebbe probabilmente avuto il medesimo successo. Eppure la scelta di circondarsi di attori britannici, tra i quali Hardy, Murphy, Rylance e un toccante Kenneth Branagh, non è solo un capriccio di perfezionismo. Dunkirk è una perfetta corrispondenza dei costumi anglosassoni, fatti di pragmatismo e compostezza, di coraggio e sacrificio. Il riflesso di un’ indole garbata e patriottica che si respira in ogni fotogramma.

Potrebbe bastare tutto questo ma Dunkirk ha quella leggerissima imperfezione, non subito percepibile, che lo distacca da un capolavoro. Eppure ci si avvicina, e tanto: non solo per via di un superbo comparto audiovisivo (godetevelo in una Sala con la S maiuscola), ma soprattutto per cuore e anima. Il senso di incompiutezza che mi ha lasciato alla fine è probabilmente legato ad un eccesso di amor proprio di Nolan verso la sua Storia e quella della sua gente. Una licenza poetica concessa a priori che non può, però, nasconderne il binario romanzato che si respira nelle battute finali e che rende il film fin troppo prevedibile. E’ indiscutibilmente qualcosa di eccezionale ma non un capolavoro. E di sicuro non il suo.

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