“Dunkirk” (id., 2017) è il decimo lungometraggio del regista inglese Christopher Nolan.
In quest’ultimo film di Nolan si sente il respiro e l’afflato di una nazione, la stima e il coraggio di un popolo, la paura e l’odore del nemico.
Una pellicola che si costruisce in tre paradigmi, e tre fasi temporali non uguali come gli ambienti relativi. Cielo, acqua e terra, un’ora, un giorno e una settimana. Incastri di tempi, visi, luci, oscurità, ordini, proiettili, fughe, sguardi, visiere, livelli, adunate, elmetti, polveri e rientri. E’ il suo cinema di cambi di prospettiva, di storie sovrapposte, di luoghi mescolati, di realtà circondate.
Come in un battere continuo, incessante, assillante e senza sosta, la macchina da presa avvinghia e ridesta il sonoro e lo score di Hans Zimmer. Una perpetuazione continua, un’ascesa-discesa acustica, un’asfissiante sonorità dove i corpi tutti sparano forme e fuochi e le parole diventano suoni inutili e aspirate.
Tutto diventa sonorità e ogni movimento di macchina una saetta contro qualcuno mentre ciò che vedi è spento, smorto, senza destino. I tempi dell’alta marea scandiscono tutti i momenti con ansia vitale e ferrea resistenza alla morte. L’acqua che divide la costa francese da quelle delle scogliere. Siamo a casa: quasi non ci credono le pattuglie che rientrano.
Siamo sulla spiaggia di Dunkerque (Dunkirk) nel maggio del 1940 dove centinaia di migliaia di soldati inglesi sono sotto la minaccia costante del nemico nazista. L’ordine è la ritirata: tutto avviene in un dispiegamento di forze di mare tra mezzi militari e civili. Il ritorno in Patria è ‘festa’ nonostante il forzato arretramento e Churchill ammanta di gloria i soldati con un celebre discorso alla Camera dei deputati.
Stile e riprese ineccepibili, pochissime parole e virtuosismo immagini, asciutto film di guerra dove il nemico è fuori schermo: seguire i bellissimi contorsionismi del regista è quello che rimane. Un film dove l’intelligenza e l’arguzia di un popolo vengono ‘posti in alto’ in ciascuna sequenza, in ogni istante e in qualsiasi viso ( ripreso sempre da molte angolature con un gioco chiaroscuro tra cielo plumbeo e spiaggia ingrigita dal nemico dietro ogni vuoto d’aria o di recinto della città.
Incipit: le prime inquadrature rimangono fortemente e al momento che ‘aspetti’ con impeto e violenza arrivano pallottole e sangue che scavano lo schermo e aprono la fuga del soldato Tommy lasciando i corpi dei suoi amici. Nulla può, corre e s’arrampica fino ad arrivare alla piaggia. Un’immagine desolante con migliaia di elmetti (tutti ordinati e in schiera) che aspettano il proprio destino. Dal campo lungo verso una via della città vuota (con colori pastosamente spenti e ariosamente abbassati) dove un gruppo di militari arieggia passeggiando fino allo sguardo lontano oltre l’orizzonte (se è possibile) di un ragazzo che si trova tra tante migliaia ad aspettare.
Il film sulla ‘perfezione stilistica’ e di ambienti, di foghe e di sonori, di introspezione e di fisicità morenti, è il film d’impasse narrativa dove il luoghi temporali si mescolano, i volti affogano e le maree visive si imbattono in una spiaggia nuda e piena di battiti.
‘Giusto che io sia in marina e tu militare’: ecco la durata della marea come l’arrivo della prossima sono dibattito minimo tra tre o sei ore. Il tempo stringe e il fuoco nemico è sempre in agguato. Alla fine l’aereo di Ferrier sta per ‘scendere’ sulla spiaggia, una bella panoramica e si vede la città (virtualmente ricostruita o qualche eccesso di modernismo che non è dell’epoca…). Era meglio evitare l’eroismo eccessivo. Poi gli ultimi dieci minuti debordano alquanto e far leggere ad alta voce …il discorso di Churchill….da un giornale ‘offerto’ da un bambino mentre il treno (tra ali di folla e birre spumeggianti) porta a casa i ‘patrioti’…. appare retrò e la retorica va oltre i personaggi … e sprizza da ogni poro…
Diversità: poche parole e riprese corrette. Non è poco…ci mancherebbe. Ma il capolavoro presume una logica (im)perfetta e che piaccia al di là di come si vuole dire. Cioè inattaccabile.
Fionn Whitehead (Tommy), Tom Glynn-Carney (Peter), Harry Styles (Alex), Barry Keoghan (George), Cillian Murphy (Shivering), Aneurin Barnard (Gibson) e tutti gli altri contro due attori ‘teatrali’ (di rango) come Kenneth Branagh (Bolton) e Mark Rylance (Mr. Dawson): difficile scegliere ma certo il volto di Tommy che guarda per noi la spiaggia di Dunkirk e ci porta con lui nell’accerchiamento rimane fortemente impresso.
La musica di Zimmer spreme ogni cambio di ripresa e ogni scena a tempo; e che dire se un film del genere fosse stato esente da ogni commento di note e imprimere il ricordo solo dei rumori di fondo o corpi in movimento? Semplice domanda. Nolan ci da (e si da) sicurezza con un uso della macchina senza sconti: gli schemi e le angustie di sue pellicole precedenti già contraddistinguono uno stile. E i rimandi di altri film e/o di altri registi ci sono con intelligenza e parsimonia distribuita.
Voto: 8/10.

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