È un film di sensazioni, Dunkirk di Christopher Nolan, ma non solo: è il suo primo film basato su fatti realmente accaduti, il suo primo film di guerra, quasi a voler scherzosamente dare corda a tutti coloro che, dopo Interstellar, iniziarono a criticarne l’evidente ambizione di ergersi a “Kubrick del nuovo millennio”. Dunkirk è anche il suo film più breve, un grande spettacolo sempre in linea con la sua personale ricerca autoriale; forse il suo film più riuscito.
Nolan ha sempre basato il suo cinema sulla forza della sceneggiatura, sulla possibilità di spiazzare lo spettatore (Inception, The Prestige) o di rendere storie e personaggi iconici e atemporali metafora dei nostri tempi (Il cavaliere oscuro). Con Dunkirk, il regista ha dovuto seguire un’altra via, data la ripresa di fatti storici e il poco spazio solitamente riservato allo scavo dei personaggi in film bellici con cast corale. Ma se c’è un “trait d’union”, un filo conduttore che unisce quasi tutte le opere del regista inglese, questo è l’indagine del tempo e della sua rappresentazione. Da Memento a Interstellar, il tempo è sempre stato sia un elemento fondamentale ai fini narrativi che aspetto cardine dal quale dipendeva tutta la messa in scena.
In questo senso, Dunkirk è sicuramente il film più sperimentale di Nolan, almeno da un punto di vista estetico. Infatti, la trama lineare viene articolata su tre punti di vista diversi, i quali a loro volta si estendono su tre lunghezze temporali differenti (una settimana, un giorno, un’ora) che confluiscono verso l’unico e inconfondibile finale. Il montaggio è il vero protagonista dell’opera: lo svolgimento contorto si esplica da sé, dando modo allo spettatore di relazionarsi con un modo di raccontare non convenzionale. Nolan infatti, citando Ėjzenštejn e la scuola del montaggio sovietico, fa un uso espressivo del montaggio, mostrando gli avvenimenti da svariati punti di vista, affermandoli più volte: il risultato è un travolgente coinvolgimento emotivo: lo spettatore viene catapultato nell’azione e, complice la maestria del regista, paura e tensione vengono condivise empaticamente tra personaggi e pubblico. Una morsa allo stomaco lunga quasi due ore di film.
Un film di sensazioni, come dicevo all’inizio. Coi dialoghi ridotti all’osso ed esclusivamente funzionali, a fare la voce grossa sono le musiche di un Hans Zimmer in stato di grazia, che non subordinano né sono subordinate alle immagini, bensì danzano con esse in totale armonia. Grazie anche ad un montaggio sonoro che conferma la straordinarietà dei reparti tecnici nelle opere di Nolan, il cinema stesso sfida la realtà sbilanciandosi fino alla linea di confine tra quest’ultima e la sua rappresentazione, mai così labile. Nolan, scisso tra un gusto della spettacolarizzazione prettamente hollywoodiano e un’autorialità di respiro europeo, ravvisabile nelle lunghe panoramiche fisse o nell’ampio uso della camera a mano, porta avanti allo stesso tempo un discorso sul racconto epico moderno, sempre più trascurabile da un punto di vista concettuale, ma che riporta il cinema stesso alle origini, allo spettacolo puro.
Se è ancora prematuro sbilanciarsi per un’opera appena uscita, il sottoscritto si sente comunque abbastanza sicuro nell’affermare che Dunkirk non sia solo uno dei film più riusciti (se non il più riuscito) del regista inglese, ma forse addirittura quello per cui verrà ricordato nei decenni a venire. Se c’è una cosa che Nolan ha fatto capire, è che il cinema ha bisogno di grandi storie per sopravvivere e di grandi narratori che le sappiano raccontare. Dunkirk li ha entrambi.

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