Ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la Marvel o la DC. Ed è confortante vedere che il cinema ricco cerca ancora di generare stupore mettendo in scena angoli di mondo e di storia poco logorati dall’uso, invece di ricorrere sistematicamente alla science fiction; non è un caso che il film batta bandiera Universal, unica major a corto di supereroi (e tuttavia regina degli incassi per distacco nel 2015…).

L’Everest, insomma, non sarà il treno dei Lumiere che entra in stazione, perché Baltasar Kormakur usa pochissimo il 3D per suscitare pura vertigine in chi guarda, ma il viaggio oltre gli 8000 metri che lo spettatore compie con le due spedizioni che a metà degli anni novanta si spartirono la vetta più alta del mondo e vennero sorprese da una bufera sul più bello, è un’avventura vera, nel senso che suscita il piacere della scoperta, mette in gioco visioni misteriose e aliene, come potrebbero esserlo le profondità del mare o le pianure lunari. È chiaro che nelle dinamiche narrative il film non è diverso da un qualsiasi survival movie ambientato per esempio in un sottomarino, o in un grattacielo, compresi i picchi melodrammatici, fra l’altro sorprendenti per una storia verissima come questa (vari libri sono stati scritti dai sopravvissuti, e alcune registrazioni vocali del disastro sono disponibili); ma è tutto il racconto di come avviene e di come si presenta (e di come si prepara) un’ascesa di questa portata che appassiona, prima di lasciare spazio alla pura suspense del “vediamo chi si salva e chi no”. È un cinema di grande forza e di grande tradizione, che negli ultimi anni si è imbastardito in cose come Sanctum, ma che ha anche goduto di gemme come Captain Phillips e The Grey. A partire da lì, la dimensione produttiva fa sì che i volti noti siano molti e la messa in scena imponente e credibile. C’è, per dirla altrimenti, una equivalenza interessante tra dimensione produttiva e dimensione naturale, tra investimento e qualità della riproduzione, che i progressi del digitale garantiscono, e se ne parla – stavolta – in una circostanza in cui il digitale è relativamente poco.

Se c’è un problema, è che per infilare in due ore qualcosa come una decina di personaggi principali (ma in pratica sono anche di più), si perde qua e là in chiarezza e definizione, e per esempio il ruolo di Jake Gyllenhaal è del tutto marginale, a differenza di quanto la promozione faceva supporre – il protagonista è l’altro veterano Jason Clarke/Rob Hall. Ma è evidente che è stato imposto un limite di minutaggio e si sono dovute fare delle scelte, molti tagli: il risultato è un film che vola via in un lampo, tenendoti a lungo col cuore in gola. Kormakur (Two Guns) si conferma uno shooter (cioè un non-autore, un professionista a disposizione delle Major) che sa far tutto, ed Everest è bel un racconto di sopravvivenza che gira attorno a un business surreale: scoprirete che c’è gente che spende oltre 50.000 dollari per garantirsi una probabilità su 4 di morire.

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Mi piace
Kormakur non cade nel tranello dello stereotipo e dirige una storia classica e coinvolgente.

Non mi piace
I troppi personaggi qualcuno si perde qua e là nella narrazione.

Consigliato a chi
Non soffre di vertigini e cerca un survival movie intenso e ben diretto.

Voto: 4/5

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