“Everest” (id. 2015) è il decimo lungometraggio del regista islandese Baltasar Komàkur.

‘Ispirato da una storia vera’ e tratto dal libro ‘Aria sottile’ (1997) di Jon Krakauer, il film mette subito lo spettatore verso un contesto di date e riferimenti logistici: 1996 e via via arrivando al Campo uno. Due e tre per avere l’Everest da guardare e scalare. E il nome del cartografo gallese George Everest viene fatto più volte per ricordare l’origine toponomastico del nome della montagna a cui tutti tendono per la ‘gloria’ (dall’alto dei suoi 8.848 m).
Il logo, la cima, il titolo, il film scala i visi agguerriti di compagnie in coda per salire oltre ogni dimensione: tutti in lista, una schiera di squadre, troppe tende e quasi un antefatto della natura che si ostina (o meglio vuole un gentile permesso) a essere nemica di un uomo sempre in piena agonia-sportiva e/o orgasmo-coraggio. E’ il chiamare continuo verso vette che rimangono per i più inospitali e alquanto fastidiose per un pubblico (cinematografico) che attende immagini da par suo e invenzioni registiche per raccontare (bene) una storia vera e i suoi risvolti umani.
La voglia iniziale (dal Festival di Venezia) di vederlo si è attenuata quando si legge (non di critica) ma di Messner che boccia il film perché crea un falso-ricordo e un episodio non reale aggiunto. Per carità lascio a chi sa quello che sa (e certamente più di noi tutti che osserviamo la scalata non certo sul vero Everest) e andiamo al racconto per quello che ci può dare. Senza preclusioni e spasmi aggiunti all’alpinismo (o meglio alla gara in senso ‘touring’ ad altissima quota) la pellicola passa indenne o quasi per un’ora con un inizio abbastanza convenzionale tra luoghi, persone, partenza e gruppi in allegria fino alle pendici himalayana con pieni e colori orientali fino a battute risapute e con poco gergo innovativo (‘un postino che scala montagne’ sembra fatto apposta per tutto il pubblico per farlo avvicinare ad una spedizione di certo intensa e difficile). Tutto ordinario e salutare per delle immagini e un’aria (‘rarefatta’) da sorbire con parsimonia. Una prima parte leggera, fiacca e alquanto lineare.
Al Campo uno si arriva in un quasi ordinario giro di trasferta dove non manca quasi nulla tra bevute forti, medici a controllo, petti villosi a prendere il Sole (‘ma proprio così fanno i grandi scalatori si divertono a prenderci in giro a qualche migliaio di metri in un campo base che sembra l’happening di una coda per un’agenzia di viaggio’?), e accordi più o meno corretti.
Il film prende quota dopo l’arrivo in cima. Da lì iniziano problemi con ossigeno che manca, stanchezza a dismisura e un tempo che fa paura. Dal campo ci sono continui contatti ma la tragedia di alcuni è già scritta. E il personaggio di Rob Hall è quello che emoziona con il suo vagare nella mente tra il freddo impossibile in alto fino ad un contatto via radio con la moglie Jan che è in attesa di Sarah (il nome che il padre sceglie): un contatto di voci e sensazioni forti ed emotivamente toccanti. Forse l’eccesso filmico è di esagerare un po’ nel reiterare il contatto più di una volta. Un ‘gioco’ possibile ma che alla fine rende l’epilogo troppo racchiuso in una lacrima di facile convenienza. I titoli di coda col ricordo dei veri personaggi (foto e didascalie) sono un sussidiario che aspetti ma che alla fine non danno altro al film.
Sarebbe stato meglio un’indicazione reale dei luoghi toccati dalla spedizione in vetta (il film è stato girato a quasi tremila metri sulle Alpi italiane) con una giusta connotazione geografica.
Messner (come detto) pare non abbia apprezzato il tutto e il suo nome è un fantasma scomodo lungo tutto il percorso. Cast generoso nei nomi e non sfruttato al meglio; regia di discreto livello con sequenze di alta quota efficaci e coinvolgenti.
Voto: 7-/10.

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