Debutto con tropp’ingenuità
Affrontare la singolarità scientifica basandosi sul test di Turing ch’è del 1950 ed è stato oggetto delle più veementi confutazioni sarebbe come parlare d’un nuovo sistema operativo ch’usasse i transistor. Tutti gli studi sull’IA s’arenano sull’ancora irrisolto problema dell’intelligenza biologica: giusto per un attimo il film s’illumina d’immenso ricordandoci che pure noi siamo dei robot, eterodeterminati da natura e cultura. Vabbé, l’aveva già scritto La Mettrie nel 1748 (“L’Homme machine”), ma per gl’intellettuali made in USA quasi 3 secoli di ritardo sono paragonabili a uno sfasamento da jet lag. Nella fiera dell’amenità vann’inclusi uno scienziato demiurgo più suicida che pazzo (se l’exp. andasse a buon fine, l’IA rimpiazzerebbe lui e l’umanità: un passaggio di consegne nella mostruosità assassina), un femminismo solo di facciata (la protagonista, pur di liberarsi, sacrifica anche l’altra donna cyborg), una location pauperista che vorrebbe strizzare l’occhio all’Overlook Hotel di Kubrick e al “Gattaca” di Niccol ch’era ambientato in una struttura modernista di Wright, il quale condivideva lo slogan di Mies van der Rohe “less is more”, il “Blue Book” di Wittgenstein buttato lì forse per insegnarci che “su ciò di cui non si può parlare, si deve mentire” (fra Nathan, Caleb e Ava vince chi sa fingere, ingannare e manipolare meglio), l’apatica scoperta d’Ava degl’exp. precedenti (molto più devastante la Weaver d'”Alien 4″ quand’entra nella stanza dei cloni abortiti), l’idea ch’Ava debb’essere uccisa anche se superasse il test, la claustrofobia da castello in Transilvania, il ritmo stilosamente soporifero. Per concetti (mal)trattati così RT spara un 91% di gradimento.

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