Claudio Giovannesi ha 38 anni e un diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia che gli ha lasciato addosso un certo modo di pensare il cinema, di stare appiccicato ai personaggi, di usare l’obiettivo come un intruso, dentro un mondo che sembra lì da prima del film, e continua dopo.
Quando questo esercizio dello sguardo riesce particolarmente bene, il risultato sono i film di Abdellatif Kechiche – cioè La schivata e La vita di Adele -, opere calde e nervose che bloccano lo spettatore dentro i propri confini, sono quasi una forma di ipnosi.

Giovannesi è bravo ma – e capitava già con Alì ha gli occhi azzurri – sembra che riesca a immaginare il mondo solo come un limite alla vita, come se raccontare l’emarginazione – perché di emarginati si parla – dovesse significare per forza raccontare una reciproca ostilità tra i personaggi e chi li circonda (un buon esempio di questo cinema è A testa alta, che aveva aperto senza merito Cannes lo scorso anno).

Qui il Fiore del titolo è un’adolescente chiamata Daphne, ragazza di strada che campa di piccoli furti (ruba gli smartphone e poi li rivende) e una volta beccata finisce in riformatorio, dove conosce Josciua (scritto proprio così, i ragazzi portano i loro veri nomi), pure lui giovane e incazzato, con il labbro bucato da tutti i piercing che gli hanno tolto prima di metterlo dentro. C’è una specie di amicizia, che poi diventa gelosia e alla fine amore – amore tra disgraziati, cioè un modo di tenersi a galla a vicenda, di mettere un senso nelle giornate.

Il film non è molto più di questo, la vita nel riformatorio, le visite del padre (interpretato da Valerio Mastandrea), la ricerca di uno spazio personale dentro un mondo in cui sono gli altri a decidere cosa devi fare, e dove e quando.
La cosa migliore sono i due protagonisti, ma il pensiero che per imitare la vita si debba prendere attori non professionisti, lasciargli il nome e togliergli lo spazio per scappare dalla macchina da presa, senza qualche intuizione di scrittura in più – o di forma, o tutte e due – sembra sempre un pensiero un po’ povero.

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Mi piace: I due sconosciuti protagonisti, che sono attori non professionisti.

Non mi piace: l’approccio neorealista senza guizzi creativi nel raccontare un piccolo mondo di emarginati.

Consigliato a chi: a chi già aveva amato Alì ha gli occhi azzurri e apprezza uno sguardo delicato sul mondo degli adolescenti.

VOTO: 3/5

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