“Frank è un film astuto? Probabilmente. Ce ne importa qualcosa? No” (cit.). Non ho percepito alcunché di simile. “Frank” è inficiato dall’arrivare al punto, quello a favore dell’antipsichiatria, troppo tardi, solo nella scena-clou dell’agnizione, quando il coprotagonista “normale” (e “social media addicted”) impone con la violenza d’un TSO la propria “terapia cognitivo-comportamentale” a un Fassbender che nel celarsi già esprimeva tutto se stesso. Altrimenti fin lì è soverchiante un’eccentricità autoindulgente, l'””o famo strano?” parodiato da Verdone in “Viaggi di nozze” del ’95. Che il genio derivi dalla sregolatezza è un assunto smentito nei dialoghi, eppure c’è un continuo rimando da Barrett a Curtis, e ciò depista. Il confine (borderline) tra rispetto della diversità e sua apologia viene infranto spesso, ancor meno si mira a un’immedesimazione che ci costringerebbe a riconoscere il freak/Frank ch’è in ciascuno di noi. Incoerenze e lacune che zavorrano il film, difetti peculiari dell’arte indie nel cinema così come nella musica. Ma l’epilogo sul testo e brano di “I Love You All” è un riscatto superlativo, un colpo di reni finale che mostra anche quanto ci possa essere di buono e bello nell'”alternative”.

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