Strumento di felicità o macchina per il lavaggio del cervello? Per il documentario Going Clear la risposta è di una chiarezza cristallina ed è racchiusa nel suo sottotitolo: Scientology è una prigione della fedeUna prigione da cui è quasi impossibile evadere, in primis perché la chiesa userebbe i segreti personali ottenuti nelle sedute di “audit” (delle specie di confessioni) come ricatto. Di pentiti coraggiosi, però, ora che il movimento ha varcato la soglia dei 60 anni, se ne contano parecchi e così il film del premio Oscar Alex Gibney – tratto dall’omonimo libro del giornalista premio Pulitzer Lawrence Wright – ha dato voce a otto ex-membri di spicco dell’organizzazione tra cui spicca il nome del regista Paul Haggis, fedele adepto della religione per oltre 30 anni poi pentitosi alle parole: «sono stato uno stupido per non so quanto tempo, e per questo provo un’immensa vergogna». È attraverso le loro interviste incastellate tra gli interessanti quanto inquietanti materiali d’archivio e le precise ricostruzioni che il doc mette in luce il marcio della cosiddetta “chiesa dei divi” (Tom Cruise e John Travolta tra i profeti più infervorati), dalle presunte violenze fisiche e psicologiche alla sua natura tutt’altro che no-profit. Un’opera urticante e soprattutto coraggiosa: Scientology è famosa per difendersi con gli artigli e non a caso la produzione si è avvalsa di un team di 160 avvocati per fargli fronte.

La confezione del documentario è molto classica, con un’impronta didascalica, di derivazione televisiva (produce l’americana Hbo), senza dunque una particolare autorialità nella messa in scena o commenti istrionici alla Michael Moore; si punta piuttosto sull’accumulo delle – accurate – informazioni, sul climax emotivo delle drammatiche confessioni, sul rigore del racconto. L’interesse è dunque intrinseco agli argomenti affrontati e alle suggestioni stimolate, su tutto il fascino suscitato nello star system da parte di questa chiesa i cui miti fondatori sembrano dei racconti di fantascienza e che pare basarsi sull’assunto “pregare per credere”. Un assurdo? In realtà neanche troppo: alla volatilità della fama, Scientology offre un miraggio di sicurezza, un preciso metodo di ricerca del successo e di crescita spirituale. E di Hollywood Scientology non ha solo inglobato le star (quella del fondatore L. Ron Hubbarddi fare dei vip i volti da copertina della propria religione è stata un’intuizione geniale), ma anche i riti: le sue cerimonie sono show da notte degli Oscar con invitati vestiti in smoking e abito lungo, luci sfavillanti, discorsi di ringraziamento, applausi, premi. Degli esempi? La consegna della medaglia al valore a Tom Cruise o la festa nel 1993 per la vittoria contro l’IRS (l’agenza delle entrate Usa), entrambe ampiamente mostrate nel film.
Altro aspetto intrigante è poi una certa combinazione tra Scientology e il desiderio di autodeterminazione, di successo e di libertà del popolo americano, il diritto di felicità sancito nella stessa Costituzione statunitense. In questa chiesa non c’è una verità rivelata a cui credere nel mistero della fede, non c’è predestinazione. L’uomo è l’artefice del proprio successo e, come si legge sul loro sito, «Scientology non è una religione dogmatica in cui i fedeli sono tenuti a credere a qualcosa. Al contrario, la persona scopre da sé che i principi di Scientology i cui obiettivi finali sono la vera illuminazione spirituale e la libertà dell’individuo». Peccato che questa “libertà” che si raggiunga paradossalmente nella prigione della fede.

In due ore che volano via, Going Clear getta sul tavolo accuse molto pesanti a cui sarebbe stato però interessante avere una risposta da parte dei membri di spicco della chiesa, in primis Cruise, Travolta o l’attuale (e controverso) leader David Miscavage: nessuno di loro ha tuttavia accettato di essere intervistato. Peccato, e peccato anche che non si sia data direttamente la parola a qualche esponente tutt’ora in carica di Scientology, anche solo per vedere come si sarebbe difeso. Detto questo, a proposito di confronti, il più interessante è quello “a distanza” con The Master (2012) di P.T.Anderson dove l’affascinante e ambiguo maestro del titolo, interpretato con sublime raffinatezza da Philip Seymour Hoffman, è liberamente ispirato proprio al padre della chiesa L.Ron. Hubbard. Going Clear mostra materiale d’archivio (video, foto e registrazioni d’audio) del vero “the master” suscitando un paragone inevitabile col personaggio di finzione del film. Così, se di entrambi cogliamo il carisma magnetico, dell’Hubbard vero colpisce una simpatia popolare e rassicurante che nasconde – a quanto denunciato – una natura da bugiardo patologico e viscido manipolatore pronto a minacciare la moglie di tagliare a pezzi la figlia… Al confronto, quello di Hoffman è “semplicemente” un condottiero-filosofo più intellettuale, algido, tormentato. Sebbene altrettanto pericoloso.

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Mi piace:
Il coraggio di denunciare, la ricchezza dei materiali d’archivio recuperati, la capacità di suscitare interessanti questioni come il legame tra

Non mi piace:
Una confezione un po’ troppo didascalica. La mancanza di una controparte per ribattere alle accuse.

Consigliato a chi:
A chi vuole conoscere i retroscena della religione più famosa e controversa del XX secolo. A chi vuole addentrasi in quella prigione della fede che tanto affascina i divi di Hollywood.

Voto: 3/5

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