145 minuti di valeriana per un David Fincher (idem Trent Reznor) con palpebre appesantite dalla pochezza d’idee. Dopo “Se7en” e “Fight Club” la sua china non smette di crollare a picco, qui giunge al minimo provvisorio e non mi faccio illusioni su quel che ci serberà in futuro. Prova a risvegliarci tramite dei twist alla Hitchcock, ma così assurdi che io rimbalzo nell’ebetudine dell’inverosimiglianza. I protagonisti sono caricati oltre il limite della parodia caricaturale, mentre il regista si trascina negl’orrori domestici esposti e sottoposti ai riflettori mediatici: interesse uguale a zero. Ripenso a un paio di film con Harrison Ford, “Presunto innocente” (1990) e “Le verità nascoste” (2000): non certo due capolavori all’epoca, ancor meno questo che ne rifà il verso con lustri di ritardo. Un thrillerino che, fosse stato diviso in tre puntate televisive (cf. la presenza nel cast di Sela Ward, la Stacy d’House), avrebbe potuto fare la sua degna figura all’interno d’una serie come “Law & Order”, citata nel film stesso.

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