Magari parlare di nuovi orizzonti in un contesto extraterrestre può suonare beffardo, ma di fronte ad un film come Gravity dobbiamo soltanto accettare che la mente umana può ancora partorire idee innovative e d’avanguardia. Niente alieni, invasioni o distruzioni globali: soltanto l’ignoto e la sua doppia faccia incredibilmente affascinante e terribilmente sconosciuta.
Per ricrearlo non si è badato a spese: a fronte di un budget poco lontano dal centinaio di milioni di dollari, la scelta è caduta su Alfonso Cuaron, regista messicano lontano dagli schermi dal 2006 quando portò sul grande schermo la trasposizione de “I figli degli uomini”, a quelle di due attori di spessore come George Clooney e Sandra Bullock, e soprattutto alla squadra premio oscar per gli effetti speciali della Framestore. Il film, presentato all’apertura dell’ultima edizione della Mostra di Venezia, segna un epocale evoluzione cinematografica per il tema trattato.

Matt Kowalsky (Clooney) e Ryan Stone (Bullock) sono rispettivamente un astronauta prossimo alla pensione e un’ esperta biomedico invece al primo volo nello spazio. La loro missione riguarda un intervento di manutenzione su un telescopio, ma quando un cumulo di detriti colpisce la loro orbita distruggendo la navetta spaziale e uccidendo tutti gli altri membri dell’equipaggio, si ritroveranno ben presto alla deriva nel nulla più totale, isolati da qualsiasi comunicazione con la terra.

Idea forse semplice semplice ma con un involucro raffinato e dirompente. Gravity vince da subito, fin da quando ci rendiamo conto di trovarci dentro alla pellicola, a fluttuare nello spazio, a muoverci lentamente, a temere e rispettare quel mondo sconosciuto. La regia è sublime, ora sul dettaglio, ora sul campo lungo. Il silenzio è rimbombante, il respiro diventa un frastuono robotico alienante. Il 3D è finalmente necessario, Gravity è…gravità! La percepiamo totalmente, ne siamo inglobati. Immagini spettacolari, effetti unici e soprattutto intelligenti. Se appena messo piede nello spazio la calma sembra rilassarci e trasportarci, una volta in balia degli eventi le sensazione si moltiplicano in modo esponenziale.
L’impotenza ci assale. Kowalsky e Stone sono emotivamente trascinanti. Subentra il panico, la paura e lo spettro dello sconforto va cacciato con tutte le forze. Siamo novellini in questo campo, proprio con la dottoressa Stone. I nostri battiti si fermano con lei, il respiro è difficoltoso, veniamo soffocati da un’angoscia letale. La voce di Kowalsky è il piccolo filo al quale aggrapparci, il contatto umano che deve impedirci di perdere la testa. Lottare con tutte le forze possibili sveglia un istinto di sopravvivenza micidiale.

Da qui in avanti il film diventa una corsa che va pari passo con la speranza. I novanta minuti di durata alternano picchi di estrema tensione a rallentamenti blandi ma pieni zeppi di estremo realismo. La diversità tra i due protagonisti, uno lucido e razionale, l’altro impaurito e disagiato è un altra caratteristica che fomenta l’atmosfera tumultuosa. Se Clooney destava qualche sospetto in un ruolo così fuori dai suoi schemi, è proprio il suo “io piacione” a far funzionare in pieno un personaggio che si improvvisa inevitabilmente chioccia della povera assistente, una Bullock semplicemente sorprendente. Quello che poteva passare in secondo piano in una pellicola dove l’ambiente scenico di contorno giganteggia indiscusso, diventa un ulteriore tassello vincente, perché sarà proprio il personaggio della Bullock a fungere da anello di congiunzione tra schermo e spettatore, guadagnando meritatamente gran parte della sceneggiatura.

Favoloso. Gravity diventa quello che il concetto di cinema vuole: immedesimare e avvolgere. Al di la del comparto tecnico magistrale, è il copione a svolgersi in modo tentacolare attorno all’occhio di chi guarda. L’offerta è completa: mix di pathos e dramma, lotta di sopravvivenza e desiderio d’abbandono. Una pellicola che merita ogni elogio, un viaggio, un’odissea che per quanto caotica mette a nudo quanto di più speciale esista sulla terra e non: la vita.

Voto 4,5/5

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