L’infinito, il silenzio, il buio: lo spazio è la trinità ambigua e affascinante che conquista l’uomo con la promessa di un limbo senza peso, lontano abbastanza da sfuggire a ogni dolore, sofferenza o rimpianto lasciato indietro sulla Terra; unico signore in un universo estraneo e ostile, anche l’astronauta più esperto sa però molto bene che il privilegio di osservare con gli occhi di Dio l’accecante perfezione del cosmo potrebbe domandare il suo prezzo in qualsiasi momento, complice anche la più piccola e insignificante delle distrazioni.

Navi spaziali alla deriva e astronauti smarriti atterrano abitualmente sul grande schermo per angosciarci e intimidirci, ma poche pellicole hanno saputo piegare le regole del genere al racconto di un’Odissea tanto intima e umana come Gravity di Alfonso Cuaron: senza scene catastrofiche troppo eclatanti e con 2 soli attori sulla scena nei panni degli astronauti Ryan Stone e Matt Kowalski, il regista messicano investe tutte le sue energie nel ricreare con cura una dimensione capace di alternare la pace dei sensi al brivido di paura più lacerante, iniettando nella tuta spaziale tutta la forza e la disperazione di una lotta per la sopravvivenza contro i propri demoni decisamente più poetica e interiore che fragorosamente spettacolare e hollywoodiana.

Immersa in un 3D funzionale e palesemente utilizzato al di là di ogni finalità commerciale, con la macchina da presa costantemente cucita sulla tuta Sandra Bullock fluttua senza direzione nello spazio per poi nuotare fra gli oggetti dimenticati nell’astronave attaccandoci addosso tutta l’ansia e la paura che ha in corpo, reggendo praticamente da sola tutta la pellicola con una performance che, bisogna ammetterlo, difficilmente guardando al suo volubile curriculum ci saremmo aspettati; alle prese con un personaggio gigione e divertente, George Clooney si districa fra le stesse con altrettanta classe e delicatezza, accettando ben volentieri il ruolo di una spalla necessaria per sdrammatizzare e stemperare la già tesissima atmosfera del film senza però per questo essere meno intenso e commovente della nostra protagonista.

Non si può dire che la sceneggiatura non inciampi in qualche ingenuità, che il destino non si sia accanito con fare un tantino eccessivo sulla brutta giornata della Dottoressa Ryan Stone ( in alcuni casi, in modo anche un po’ risibile) e che il suo dramma personale non risenta di una certa dose di canonicità e retorica, ma quando la tensione è talmente alta da non lasciarti il tempo per fermarti a respirare e il cuore del film batte così forte da isolare ogni rumore, le piccole imperfezioni sulla tela sono destinate a perdersi facilmente alla deriva.

Dopo I figli degli Uomini, Cuaron guarda ancora alla nascita come unica speranza per il futuro legando stavolta al cordone ombelicale un’umanità svuotata dalla certezza che tutto muore e che nulla può durare restituendole le immagini di un Pianeta Terra straordinario e magnifico, illuminato dalla bellezza dell’Aurora Boreale e dell’Alba sul Gange, per convincerla a trovare la forza di lottare e di rinascere con un unico scopo: la vita stessa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film