“Guardiani della Galassia” (Guardians of the Galaxy, 2014) è il quarto film diretto dallo statunitense del Missouri James Gunn.
E la Marvel Production non riesce proprio a sbagliare e di concerto con la storia dei personaggi dei fumetti (partendo dal lontano 1969) ricrea i miti favorevoli e porta sullo schermo i signori avventurieri di un ordinario presente tra gli spazi infiniti di un universo per niente sconfinato (o per meglio dire non-confinato nella goduria fantastica e nella ‘glaumourizzazione’ dei giochi reconditi e delle avezze sconsideratezze di un cerchio senza raggio come non mai s’apre la vita dei sogni irrealizzati e delle antenne viste di miriadi di immaginari e parole assortite in una metafora allucinogena per meglio far identificare il prodotto e giammai perderlo nel fuoco vivo di un eroe imbalsamato e di tante salomoniche inverosimili facce da cadenze introvabili che, come per magia, si ricongiungono e appaiono insieme per darsi la mano dei loro piani e darcene forza insperata e dolcezza come spirale d’aria in un vento vorticoso di rimandi, schiumate, sequenza, perdi-tempi, spauriti mondi e galassie avvicinabili: è solo la marvelizzazione del mondo cinematografico digitalmente super modernizzato in un ritrovo di fumetti impolverati e da accudire e ripulire con somma cura!).
E come per incanto infausto l’incipit di una madre in agonia e di un bambino con le cuffie trasforma il film in una storia di incontri, di scontri, di piani, di primi piani, di coinvolgimento, di stranezze e di amicizie inaspettate.come in un sogno non fatto e in un reale quasi da ‘favola’ che s’allunga in un verecondo sprofondo galattico, in un tempo inesistente e in un (forzato) gioco piacente per piacere ma con troppi gioiosi piacimenti (i rimandi, gli stilemi, le battute, i resoconti, i suggerimenti e gli immaginari segnati non si contano e allungano a dismisura un compiacimento giusto e un posticcio-ato scompaginamento rin-d-fondante la digitalizzazione del cartoon marveliano e company).
E poi il mentore (succulento) marveliano si ritrova (come per incanto) l’icona avventurosa di una ‘piccola sfera’ (misteriosamente succulenta e storia di un certo cinema) da prendere e conservare come per ‘indiana’ predatore in un incipit reso famoso ancor prima di iniziare a vedere il coinvolgente film. Pare una Marvel che di copia in copia trova l’archè(tipo) immaginifico di un eroe anteposto ad un cinema riproposto come di incanto remissivo dalle ‘fauci’ silenziose di umani sballottati dalle galassie lontane dall’eroismo del cinema(B) che fu. Fino agli anni trenta o a qualche comica degna di nome che si compiace di comparire in una strizza di parole e battute e ironiche vicissitudine quasi a proteggere (guardiani-are appunto) il cinema che non (si osa) fare più! Che tristezza non è questo il cinema di ieri ma quello di oggi!
E in un attimo dopo il breve stacco dei titoli (d)i(n) testa il bambino Peter (ovvero l’eroe Star-Lord) si ritrova lontano su una nave spaziale dove ha sempre il vizio di ascoltare la musica di quel 1988. E un girovagare quasi inutile si trasforma in scontro con il feroce Ronan che vuole l’oggetto sferico a tutti i costi e distruggere il pianeta Xandar. E per creare molto fastidio al super-potente (di turno) Peter si accompagna con dei ‘personaggi’ facili da prendere e ‘ricercati’: Rocket (procione), Groot (albero parlante), Drax (il grosso distruttore) e Gamora (bella e dannata). In questo semplice ed efficace trambusto di inseguimenti, scambi, piani e trabocchetti, la storia dipana i gusti infantili e giovanili, signorili e moderni con ironie, dismissioni, battute e rimbombi in continuo spolvero ma anche in chiusura accalcata che si fa fatica a separare e interagire con chiarificatori immaginari e spalmati fumetti da film in film. Ma il chiaro intento di uno lungo spot ‘marveliano’ divertente e accattivante, spassoso e ridente, che spaventa senza clamore ma ridesta i mondi interiori di uno schiumante gioioso mondo di ‘acchiappa tutto’ fino all’inverosimile con musiche altisonanti fino all’epilogo (compresi i titoli di coda interminabilmente lunghi) e l’ultimo minuto a conclusione (come ci siamo abituati), dove il seguito è già stato dato (prossimo sicuro) mentre l’inquadratura acclama lo ‘star-wars’ di tutte le galassie mai conosciute! Fantascienza, fantasia, navi spaziali, animali, carnevali, uomini e disumani, maschere e fumetti, eroismi ed eroici, divertimenti e agglomerati, laicismi e purezze mai (s)viste, tutti si incontrano e si scontrano. Forse l’eccesso è eccessivo.
Un po’ meno (molto) sarebbe stato salutare, Ma alla fin fine si passano due ore di completo estraniamento immaginario. Basta non pensarci e partecipare (pur se il pubblico in sala ad una proiezione pre-siderale non è assolutamente numeroso poche teste in una sala da oltre trecento posti). Tra i tanti personaggi da rimarcare il ‘collezionista’ Benicio del Toro (ironicamente freddo e caldamente spudorato) e il comandante Glenn Close (beatamente sopra tutti in un gradino che ricorda il collegamento –in altro film- con l’aereo presidenziale americano). Aspettiamo (chi sa cosa penseranno per rendere la storia ultra accessoriata di fatti e citazioni) il prossimo capitolo (ma con il dovuto distacco e senza un’ansia spropositata). Chris Pratt sta al gioco e pare trovarsi a proprio agio. Regia marveliana ad hoc quella di James Gunn. Non chiudiamo gli occhi ma neanche restiamo completamente estasiato. Film discreto e godibile.
Voto 7.

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