Hanna è un’adolescente che vive con il padre Erik, isolata dalla società, in una foresta. L’uomo l’ha addestrata a una molteplicità di tecniche di difesa e di attacco, all’uso delle armi e le ha fornito una buona conoscenza di molteplici lingue. Perché Erik vuole che la figlia sappia come sopravvivere a un eventuale rientro nel mondo civile. Perché Hanna è ormai pronta e può scegliere di farsi trovare da Marissa Wiegler, responsabile dell’Agenzia, che ha un conto da saldare con Erik.

Dopo aver deluso critica e pubblico con Il Solista, Joe Wright cerca di allontanarsi definitivamente dai film in costume (Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione) con un film come Hanna, un claustrofobico thriller con un cast d’eccezione.

I primi trenta minuti del film sono impeccabili, mai banali e incisivi nelle scene d’azione. Grazie a Joe Wright veniamo subito catapultati nel mondo di Hanna, una ragazza cresciuta troppo in fretta, privata della sua infanzia, dai capelli lunghi, dalla pelle candida e gli occhi azzurri. Lei, piccola soldata, è fortissima, scaltra e fredda nell’uccidere chiunque i capiti a tiro. Nelle lande svedesi scopriamo anche il suo stile di vita. Niente elettricità, televisione o musica. Passa la maggior parte del suo tempo a cacciare, ad allenarsi per sopravvivere al mondo esterno, o a leggere le fiabe dei fratelli Grimm. Perché in fondo anche questo film è una fiaba. Riveduta, certo. Lei, Hanna, la protagonista. Il pulsante rosso, l’oggetto magico che può portarti all’interno della civiltà moderna. La strega cattiva, interpretata da una bravissima e terrificante Cate Blanchett.

Il film ti cattura con quelle sue inquadrature perfette, una colonna sonora angosciante che enfatizza ogni singola scena. Saoirse Ronan impeccabile, Tom Hollander perfetto nelle parti di un violento maniaco, Cate Balnchett riesce a pietrificarti con un solo sguardo, Eric Bana deludente perché il meno incisivo del cast e ottima la fotografia di Alwin H. Kuchler. Ma c’è qualcosa che va storto nella seconda parte del film. Hanna si addentra pian piano nel mondo civilizzato e la sceneggiatura diventa quasi banale, non perdendo però il mio interesse. Il primo approccio con i ragazzi, la prima amicizia ect. Un passo inevitabile che si scontra con una sceneggiatura scontata.

Il film perde punti nella svolta finale, un po’ scialba a dirla tutta. Per poi riprendersi con un incontro/scontro impeccabile.

Raccontando la ‘favola’ di una bambina cresciuta troppo in fretta, Wright omaggia i cupi racconti dei Fratelli Grimm, tra case di marzapane, streghe e cacciatori. E una regia di qualità più che soddisfacente.

Voto: 8 –

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