La von Trotta ci consegna un altro dei suoi santini femminili, ritratti d’irreprensibili eroine, moralmente integerrime e complete nella loro umanità esemplare. Biopic s’una donna allo stesso tempo cordiale e passionale, tenera e forte, dolce ed energica, fragile e coraggiosa, intellettuale, pensatrice, teorica quant’amorevole verso le amicizie ed erotica verso il marito (questa su “Ragione & sentimento” mi sembra d’averla già sentita). “Hannah Arendt era uno spirito libero e per ciò tutto poteva essere.” Tutto tranne che un soggetto umano scevro da preconcetti. Aver avuto com’insegnante (mentore?) chi ha elaborato nel Novecento un significato onnicomprensivo alla procedura ermeneutica non sembra averle lasciato traccia. E il ridurre la mediocrità del male a una problema di filosofia politica da trattare nel suo salotto buono, in aula o coi lettori del “New Yorker” è quanto di più banale potesse formulare com’idea. Sì perché oltre all’agiografia, che poi è molto ben diretta e recitata, sganciandosi da Kammerspiel e didascalismo grazie all’uso del flashback e dei multilinguistici documentari d’epoca, la regista costruisce pure un film a tesi, che è ridicola rispetto all’analitica esistenziale compiuta dall’Heidegger colluso col Nazismo. Molto Innominato manzoniano: grandi nel bene e nel male, oppure semplicistici in entrambi.

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