“Do not pity the dead, Harry. Pity the living and above all, those who live without love.”

Fra i tanti registi che sono stati parte dell’ impresa di portare la lunga avventura scritta da J.K.Rowling sul grande schermo, David Yates dopo lo scempio fatto al quinto e sesto episodio sembrava candidato a restare il peggiore dell’intera serie; un miracolo il cambiamento avvenuto con l’adattamento de “i doni della morte”, ultimo e ricchissimo capitolo diviso in due un po’ per amore dell’incasso e un po’ per amore dei fan: se la parte 1 si era rivelata ottima e suggestiva nonostante i tempi lenti e la mancanza d’azione, complice l’indiscussa magia della carta e una buona sceneggiatura di Steve Kloves la seconda esplode per diventare il film mozzafiato, emozionante e commovente che avevamo tanto atteso.

Tutto ricomincia da dove eravamo rimasti in un crescendo d’azione che stavolta non conosce interruzioni, con Harry, Ron e Hermione pronti a scendere nelle sterminate gallerie della Gringott per recuperare un altro frammento dell’anima del Signore Oscuro e una spettacolare fuga in volo a dorso del drago della camera Blindata di Bellatrix Lestrange: solo una breve tappa prima di tornare finalmente a Hogwarts, quella scuola piena di colori e meraviglie che ci tanto ci aveva fatto sognare e che adesso non sembra molto diversa da un istituto nazista, schiacciata da una cappa grigia e spenta popolata da dissennatori e sotto stretto controllo dei Mangiamorte.

Il campo di quidditch in fiamme, il castello avvolto nel suo specchio protettivo azzurro cadere sotto l’assedio per finire in macerie e ascoltare la voce di Lord Voldemort concedere agli avversari una tregua per raccogliere i loro morti sono coltellate al cuore, ma per quanto la lunga battaglia notturna per la salvezza del mondo magico sia epica e estenuante al punto da far onore a quella del fosso di Helm ne “le due Torri”, a darci le emozioni più grandi restano sempre i personaggi, gli stessi che per tutti questi anni credevamo di conoscere e che invece ci sorprendono in ogni modo possibile, giocando fino in fondo la partita e rivendicando il loro posto nella storia nonostante il poco tempo loro destinato.

Vedere sullo schermo le performance di alcuni fra i migliori attori della scuola britannica è sempre un piacere, a cominciare dall’impeccabile Maggie Smith nei panni di una professoressa McGranitt improvvisamente grintosa e combattiva fino a un divertito Ralph Fiennes, che confermandosi la scelta perfetta per interpretare l’Oscuro Signore riesce a rievocare con occhi di ghiaccio e ghigno malefico il fantasma dello spietato tenente Amon Göeth di Shindler’s list.

L’onore di accompagnarci nella parte più bella e sconvolgente appartiene però ad uno straordinario e mastodontico Alan Rickman: 10 minuti per raccontare la storia del principe mezzosangue sembravano davvero pochi, eppure la rivelazione di quell’amore non corrisposto segreto e insospettabile, quello che ti rende disperato e devoto fino alla fine come solo un eroe romantico può essere, fa sua la forza visiva superando persino la pagina scritta; l’immagine dell’integerrimo e rigido Severus che cade in lacrime stringendo fra le braccia il cadavere della sua Lily è qualcosa che ti strazia e ferisce nel profondo, un dolore lacerante che ti resta dentro a lungo e che dopo la visione non mi ha lasciato affatto dormire serena.

Tempo di crescita e cambiamenti era ormai giunto anche per il nostro trio di protagonisti, che dopo aver risolto conflitti interpersonali e avere definito ogni equilibrio(ottime le interpretazioni di Rupert Grint e Emma Watson e stavolta davvero convincente anche Daniel Radcliffe) si trova a combattere contro un’antagonista silenzioso e temibile più di ogni altro: la paura della morte, quella che si respira ad ogni angolo portandosi via senza clamore Fred Weasley, Lupin e Tonks, quella che Harry deve affrontare nella foresta proibita per poter sconfiggere l’Oscuro Signore e che si combatte solo con l’amore, l’amicizia e il coraggio, gli stessi sentimenti che riescono a dare persino al timido Neville la forza di diventare un combattente con la spada.

Si unisce a scrivere il suo nome nella saga anche il fantastico Alexandre Desplat: dopo John Williams, Patrick Doyle e Nicholas Hooper, il compositore francese chiude il cerchio con una colonna sonora suggestiva e variegata che con il commovente tema di Lily(Lily’s Theme) rende palpabile un costante senso di perdita e mancanza; ottima la scelta di omaggiare e riportare in vita le tracce storiche del passato, facendosi addirittura da parte nel finale lasciando che sia indimenticabile “leaving Hogwarts” di Williams a salutare il pubblico alla stazione di King’s Cross, dove 19 anni dopo la vittoria Harry e i suoi amici si ritrovano per accompagnare i loro figli al binario 9 e 34: perché la vita va avanti e ci saranno sempre nuovi giovani maghi a varcare i cancelli della scuola di magia, a scartare le loro cioccorane sull’Hogwarts Express, a cercare di prendere il boccino d’oro per vincere il campionato di Quidditch.

La sceneggiatura di Steve Kloves forse lascerà perplesso chi non ha letto il libro( la storia personale di Silente e la descrizione del suo lato oscuro avrebbero potuto tranquillamente trovare spazio in una delle lunghe pause della parte uno), forse la distruzione definitiva di Lord Voldemort avrebbe potuto risolversi in modo più spettacolare e meno contenuto e forse il trucco digitale dei 19 anni dopo avrebbe potuto essere più convincente, ma al di là dei difetti ai quali potranno aggrapparsi i più puristi dell’opera letteraria e i profani finiti in sala per caso fortuito o forza maggiore, “Harry Potter e i doni della morte parte 2” è la prova di come un ottimo lavoro di squadra, attento ai dettagli e rispettoso di una lunga eredità di affetto e aspettative, possa chiudere degnamente un’era che davvero non ha precedenti nella storia del cinema.

Rimproverateci di non volere crescere, rimproverateci di non volere lasciare andare via il bambino che è in noi e che spera ancora che Hedwige appaia sulla finestra per lasciargli la sua lettera, ma la verità è che senza quel bambino, sempre pieno di fiducia e speranza verso questo strano mondo e sempre pronto a credere in nuovi sogni anche nei momenti più neri, saremmo solo tanti Voldemort senz’anima. Io lo ringrazio e ringrazio anche Harry, Ron ed Hermione per aver camminato con me lungo una piccola parte del percorso, con la promessa che quando mi troverò davanti muri troppo alti da scalare, loro saranno sempre lì con me per aiutarmi.
A presto ragazzi, Arrivederci.

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