Siamo negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale e nella stazione di Montparnasse, a Parigi, vive un ragazzino di nome Hugo Cabret, orfano di entrambi i genitori. Egli si occupa, con lo zio che lo ha adottato, della manutenzione del grande orologio.
Hugo è povero, ogni tanto ruba un croissant, qualche mela, veste come Oliver Twist, con giacchette dalle maniche eccessivamente corte e dal tessuto troppo liso per l’inverno parigino. La simbiosi con i ruotismi e le molle sottoposti al suo controllo è per lui totale, egli vive dentro l’orologio e da dietro il suo quadrante osserva l’ininterrotto viavai che si svolge dabbasso, nella grande stazione. Il padre gli ha trasmesso la passione per i congegni meccanici e gli ha lasciato, unica concreta eredità, un automa, una macchina dalla forma umana, capace addirittura di scrivere con una penna in pugno.
Nella stessa stazione un anziano signore di nome Georges (interpretato da Ben Kingsley) gestisce un negozio dove aggiusta e vende giocattoli meccanici. Un giorno, colpito dall’abilità di Hugo nella riparazione di questi oggetti, gli propone di lavorare da lui, dimenticando certi trascorsi furtarelli subiti per mano sua. Hugo entra poi in contatto con la famiglia di Georges e piano piano passerà attraverso esperienze iniziatiche, eventi mirabolanti e sogni premonitori.
La figlia adottiva di Georges gli permetterà di mettere in funzione l’automa e si svelerà così un insospettato legame fra l’anziano signore e l’uomo meccanico: infatti quest’ultimo porterà a termine il famoso disegno del disco lunare dai tratti umani trafitto nell’occhio da un proiettile e lo firmerà col nome dell’ideatore: Georges Méliès.
L’oscuro padrone del negozio, già inventore dell’automa, infatti altri non è che Georges Méliès, caduto nell’anonimato, amareggiato e intristito per l’oblio in cui è precipitato il suo lavoro di pioniere del cinema.
E qui Scorsese trova il modo di rinverdirne il ricordo e tributare al mitico cineasta delle origini il più affettuoso omaggio che si possa immaginare. Se sono stati i Lumière ad inventare la tecnica, Méliès ha creato il cinema: da strumento documentaristico, fotografia animata, ne ha fatto la fabbrica dei sogni. Pur essendo il suo lavoro più vicino alla lanterna magica che al cinema di oggi, fu il primo ad introdurre l’elemento fantastico, i trucchi, le illusioni, il montaggio, che tanta parte hanno avuto nel seguito della settima arte.
Hugo Cabret è certamente una favola dickensiana a lieto fine, diretta con mano leggera e sguardo sorridente, ma è anche (direi, ovviamente) contenitore di innumerevoli citazioni. Dall’ottuso atteggiamento persecutorio del gendarme (che rimanda ai tanti poliziotti del muto americano), alla chapliniana fioraia (qui nient’affatto cieca), fino alla scena di Hugo appeso alla lancetta dell’orologio, come lui stesso aveva visto fare ad Harold Lloyd al cinema. Ma, forse più di ogni cosa, il film va visto come un segno di profonda riconoscenza e affetto per la figura di Georges Méliès e verso tutti coloro che lo hanno seguito e che sono stati capaci di fare di un’invenzione un’arte.

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