Negli ultimi anni si sente sempre più il bisogno di un film che spezzi la monotonia con cui vengono spesso affrontati i generi. “I due volti di gennaio” di Hossein Aimi (lo sceneggiatore di “Drive”) sembra voler soddisfare questo bisogno, riportando al cinema il romanzo di Patricia Highsmith, dopo la prima trasposizione del tedesco “Die zwei Gesichter des Januar”.
Una coppia di sposi distinta ed elegante passeggia lungo il colonnato del Partenone mentre una giovane guida turistica (Oscar Isaac) incanta i suoi ascoltatori con aneddoti sull’antica Grecia. Casualità, sentimenti e suggestioni iniziano a legare queste tre persone finché le malefatte di uno di loro non vengono a galla. I primi minuti stupiscono principalmente per la fotografia, calda e avvolgente, capace di donare alle località greche degli anni 60 un’aura di arcaismo ed intensità. La rilassante atmosfera delle cittadine continuerà a stridere inesorabilmente con la scissione emotiva formatasi tra il trittico e il loro impellente tentativo di fuga.
“I due volti di gennaio” vuole fare della rivisitazione retrò del genere il suo punto di forza ma è proprio sul genere che incespica, trascurando una delle componenti fondamentali del thriller: l’ignoto. La scintilla che accende la miccia della storia è rappresentata dall’irruzione nella camera d’albergo degli sposi di un uomo che intima il pagamento di debiti economici. Questa affermazione strappa l’eventuale velo di mistero che si sarebbe potuto creare attorno al personaggio di Viggo Mortensen, presentando dopo quindici minuti di film la causa scatenante su cui si baserà l’intera trama. È forse questo il più grande errore del film: la suspense viene soppressa sul nascere, senza che lo spettatore scopra nulla di sorprendente sui personaggi, dal momento che a quest’ultimi non è concesso nemmeno il brivido di scoprire qualcosa su se stessi. Da ciò deriva lo sforzo degli attori di sopperire con le loro interpretazioni all’incerta solidità dei protagonisti. Il finale, invece, agisce come un’onda improvvisa portatrice di equilibrio e giustizia: l’innocente è risparmiato, i colpevoli pagano.
Dell’esordio cinematografico di Aimi resta comunque apprezzabile il tentativo di confezionare un’opera in cui la regia pulita e calibrata regala una boccata d’ossigeno ad un genere ormai saturato dalla pomposità delle scene d’azione (vedere un thriller con un unico colpo di pistola è cosa rara di questi giorni).
Peccato per coloro che leggendo le tagline pubblicitarie si aspettavano un “thriller alla Hitchcock” e di hitchcockiano hanno trovato solo il biondo di Kristen Dunst.

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