Con The Dark Knight Rises, terzo e ultimo capitolo della trilogia su Batman diretta da Christopher Nolan, si giunge infine alla conclusione di un percorso attraverso i meandri più oscuri e insondati della natura umana. Qui non si tratta semplicemente dell’ascesa, seguita dalla caduta e poi dalla successiva, e quasi letterale, risurrezione di Bruce Wayne (Christian Bale), alias Batman, ma ci si trova piuttosto di fronte a un’analisi estremamente interessante della materia che costituisce le paure e gli incubi più reconditi dell’uomo, ciò che potrebbe essere definito con il termine “nerezza”, una parola che stride nel pronunciarla, ma che si adatta perfettamente all’arido quanto scabro “pozzo delle sofferenze” che appare ad un certo punto del film come estremo terreno di prova per Batman, un baratro fatto di oscurità e dolore con vista su un unico e quasi irraggiungibile squarcio di cielo. Si tratta di un luogo dimenticato da Dio che fu la casa di Bane (Tom Hardy), l’ennesimo impietoso antagonista di Batman di quest’ultimo capitolo della spettacolare trilogia di Nolan, e da un tale abisso di dannazione dovrà risorgere anche il Cavaliere oscuro, come recita appunto il titolo del film.

Penso che il tratto più affascinante di The Dark Knight Rises e, più in generale, dell’intera trilogia di Nolan sia proprio la presenza persistente di un’oscurità che assorbe dal punto di vista visivo e psicologico tutto ciò che la circonda, ovvero di una dimensione buia e visionaria al contempo che non lascia spazio al minimo barlume di speranza. La Gotham City di Nolan è da sempre luogo di perdizione, incomunicabilità, violenza e corruzione, un concentrato all’ennesima potenza di quanto di più marcio ci sia nella società contemporanea odierna. Gli abitanti di Gotham, polizia compresa, sono orbi di fronte al male che avanza strisciando, non si accorgono della devastante “tempesta” guidata da Bane cui preludono le sagge parole di un’ottima Anne Hathaway nel ruolo della conturbante Selina Kyle (Catwoman), tempesta che intende radere al suolo la città peggio di una cieca forza nichilistica. Bane è infatti certamente potenza distruttiva, ma al tempo stesso calcolatrice, una caratteristica decisiva per mettere sotto scacco Gotham, la quale a tratti non vuole il suo eroe Batman sempre pronto a sacrificarsi per lei e che suscita non poche volte nello spettatore dubbi sul fatto che valga davvero la pena di salvarla.

In particolare lo scenario che accoglie Bruce Wayne in questo terzo capitolo della saga non potrebbe essere più apocalittico di così. Una città che quasi inconsciamente si trova sull’orlo del collasso, in assetto di regime e governata da criminali e psicopatici, come ben dimostra l’immagine di un fanatico Jonathan Crane (Cillian Murphy) che dall’alto del suo pantagruelico tribunale emana deliranti sentenze che non prevedono altro se non l’esilio o la morte. Non ci si stupisce che questa volta Bruce dubiti sinceramente di poter rimediare al caos ormai endemico di Gotham: si è detto Bruce e non Batman, perché mai come prima, nel percorso da Batman Begins a The Dark Knight Rises, Nolan da un lato chiama così in causa chi sta veramente sotto la maschera dell’eroe e Christian Bale dall’altro si trova a impersonare una tale fragilità umana. Qui non si tratta più solo di sconfiggere un cattivo, ma di opporsi al male devastante che pervade la vita in sè e cui a turno Due Facce, Joker e Bane danno voce.

In sostanza Bruce deve combattere contro la stessa Gotham, la quale ormai si rivela drammaticamente per quello che è: una farraginosa impalcatura che si regge su fondamenta fatte di sangue, fango e rabbia. La stessa rabbia straziante ma trattenuta che accomuna John Blake (Joseph Gordon-Levitt) a Bruce, quest’ultimo dipinto all’inizio del film come un miliardario in declino, un misantropo rinchiusosi nella splendida quanto decadente dimora dei genitori, un eroe profondamente disilluso e rassegnato che dubita seriamente di se stesso e degli altri: un tale scenario costituisce il preludio alla successiva risurrezione del Cavaliere Oscuro, fatto della stessa materia di cui sono fatti gli incubi. Nella Gotham di Nolan non c’è infatti spazio per la sostanza dei sogni di cui parla Shakespeare perché i concittadini stessi di Batman non sono altro che oscurità, caos e confusione, in una città che vive nell’illusione di pace e sicurezza garantite dal decreto Dent, una chimera ben presto destinata a sgretolarsi perché basatasi sulla menzogna della falsa irreprensibilità attribuita all’ex-procuratore distrettuale, nonché defunto, Harvey Dent/Due Facce (Aaron Eckhart).

Dal tragico abisso di tenebre sopradescritto, metaforicamente simboleggiato dal “pozzo della sofferenza” in cui Bane getta Bruce, Batman dovrà trovare la forza di risalire per poi risorgere, ma solo una volta compreso che la chiave per rivedere la luce consiste non tanto nel raggiungere uno stato di imperturbabilità di fronte alla morte, bensì nell’assaporare la vertigine del vuoto sotto di noi e accettare di lasciarsi pervadere dalle proprie paure più autentiche.

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