Christopher Nolan fa risorgere Batman per la seconda volta. La prima resurrezione avveniva dalle ceneri del disastro di Joel Schumacher, deriva imbarazzante che aveva fatto precipitare l’uomo pipistrello e l’intera Gotham con lui in un vortice di kitsch e ridicolo . Nel terzo e conclusivo capitolo della saga, quello di Batman non è un semplice ritorno, come recita erroneamente il titolo italiano. La sua è una vera e propria resurrezione: questa volta risorge dalle ceneri del suo stesso mito, immolato sull’altare del bene comune, in modo da preservare l’innocenza di Gotham.
Il Bruce Wayne che ci viene presentato all’inizio è un recluso, un uomo a pezzi, privo di una ragione d’esistere ora che Rachel è morta e il suo servizio da giustiziere non è più richiesto. In seguito perderà anche la sua eredità miliardaria e si ritroverà solo, abbandonato anche dal fido Alfred.
Metafora della rinascita è la caverna, anche se si tratta di una trappola ben peggiore di quella in cui si era imbattuto da piccolo. Ora poi non c’è più il padre che venga a trarlo in salvo: Bruce dovrà affrontare la paura da solo, sorretto solo dal coro d’incoraggiamento di altri reclusi, per tornare al mondo dei vivi e rivedere la luce. Con tanto di pipistrelli a “battezzare” la sua uscita dalle tenebre.
Se nel precedente capitolo il supereroe si faceva rubare la scena dall’irresistibile carisma del Joker e dal fascino del “buono caduto” Due Facce, qui la riflessione psicologica sul personaggio è tutta per lui. Bane è infatti tutto fisico e violenza, e Catwoman, pur reinterpretata in modo interessante, è priva di quella vena di follia che caratterizzava la donna-gatto burtoniana.
Niente villain freak per un episodio che qui raggiunge il culmine del “realismo”, sin dall’inizio tratto peculiare della saga targata Nolan: quanta differenza dagli eroi Marvel sempre pronti a strizzare l’occhio allo spettatore. Qui non si ricerca complicità col pubblico, si cerca l’immedesimazine. Perchè, per quanto ne dica Nolan, non si può non rivedere nelle tematiche economiche e sociali di Gotham la realtà che viviamo tutti i giorni. Con la crisi economica e le proteste di chi ha poco contro chi ha tutto che echeggiano Occupy Wall Street e psicopatici terroristi che spargono sangue in una sala cinematografica, dove il film proiettato è proprio quello dell’uomo-pipistrello.
Il caos profetizzato dal Joker qui si compie sotto forma di una finta anarchia orchestrata da Bane, un sorprendente Tom Hardy che riempe lo schermo ed era forse meritevole di una fine più degna. Affida il destino del mondo nelle mani dell’unico individuo più folle di lui, e crea una “corte dei miracoli” il cui giudice non poteva che essere lo psichiatra psicolabile Jonathan Crane. Morte o esilio, a voi la scelta. Ma scappare da Gotham è in realtà impossibile.
Bane è un uomo dell’oscurità, un pazzo che riesce però a cogliere il disagio della massa e a illuderla alimentando la sua speranza per poi rivelare la sua natura distruttiva. Il suo ingannevole appello a Gotham assomiglia al coro dei detenuti della prigione sotterranea, che incitano alla rinascita pur sapendo che è quasi impossibile tornare alla luce del sole e il destino sono le tenebre eterne.
Anne Hathaway è una Selina convincente, un personaggio affascinante, simbolo degli ultimi in cerca di giustizia (che lei ricerca a modo suo) e vittima di una tecnologia onnipresente che non le permette di cancellare il passato e ricominciare daccapo. Felina ed elegante, vederla muoversi con grazia e agilità sullo schermo è un piacere, in perfetta contrapposizione alla mole imponente di Bane.
The Dark Knight Rises è senza dubbio il capitolo più cupo della saga, ma allo stesso tempo quello dove il “bene” e il “male” sono più delineati e contrapposti l’uno all’altro: con Bane a rappresentare il secondo nascosto nelle fogne della città, e Batman a simboleggiare il bene in cielo, a volare tra i grattacieli di Gotham col suo nuovo gioiellino.
Nel capitolo precedente Gordon affermava “Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso”. In questo film è esattamente il contrario: probabilmente Gotham non merita il suo eroe, ma ne ha un disperato bisogno. Qui più che mai la città è un vero e proprio personaggio aggiunto. Wayne è legato a doppio filo al destino di Gotham: come miliardario che ne alimenta l’economia e come protettore mascherato che alimenta la speranza.
I due temi ricorrenti della pellicola sono le bugie (quelle a fin di bene di Gordon e Alfred, quella omicida di Bane) e la speranza stessa, incarnata dal poliziotto/detective John Blake, protagonista di un finale-rivelatore. Perchè se Wayne decide finalmente di vivere una vita là fuori, ci vuole qualcuno che vegli su Gotham.
Il film è il meno riuscito della saga, forse perchè il più complesso. La prima parte presenta una dose eccessiva di dialoghi, mentre alcuni risvolti fondamentali nel finale vengono presentati in modo troppo sbrigativo. Inoltre sono presenti tante (troppe!) sbavature e veri e propri buchi di sceneggiatura inaspettati a questo livello.
La coralità degli attori è ben orchestrata, l’unico personaggio poco convincente è quello di Marion Cotillard, un peccato vista la valenza del personaggio nella trama.
Ma nonostante la lunga durata e i numerosi difetti, è difficile non rimanere coinvolti per le quasi tre ore dello spettacolo, scandito dai pesanti tamburi di Hans Zimmer.
Nonostante l’atmosfera da fine del mondo, a ricordarci che si tratta di un film e non della vita reale, il lieto fine è garantito: per Wayne, che può finalmente iniziare una nuova vita, per Alfred che non dovrà più temere per l’incolumità dell’amato padrone, per Selina, che potrà “smacchiare” il suo passato e per Gotham che avrà il suo nuovo vigilante e potrà tornare ad avere speranza (radiazioni nucleari permettendo).

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