Il cinema di Pupi Avati ha un’ossessione: il passato. Il regista lo ricerca, lo spia, lo riguarda, lo riscopre con malinconia, lo rammenta con nostalgia rara e quasi unica. Il cuore grande delle ragazze è un Amarcord ispiratissimo in cui Avati riesce a fellineggiare abilmente raccontando la vera storia dei suoi nonni. Cremonini, marito adultero, offre un’interpretazione niente male e la Ramazzotti è sempre più brava, anche quando non recita guidata dal suo pigmalione Paolo Virzì. Oltre all’ottimo cast e alla sopraffina regia va ricordata l’atmosfera elegante e la brillante mise en scene, frutto di una ricostruzione molto realistica del secolo scorso. Secondo la critica è il capitolo finale di una trilogia del passato doloroso iniziata con il discreto Gli amici del Bar Margherita e proseguita con l’interessante Una sconfinata giovinezza, ma probabilmente Il cuore grande delle ragazze non può essere visto come coronamento ideale di una serie di film, ma bensì come lungometraggio che ha vita propria. Questo film è la summa del cinema del suo regista, in cui emergono i tratti della grandiosa carriera di Pupi Avati. E’ una favola surrealista stroncata dal caos della realtà, leggera come le musiche di Lucio Dalla che la accompagnano, come in un carosello immaginario di cinema di un’eleganza che è segno di uno stile inconfondibilmente avatiano. Sisto Osti è l’immagine del padre padrone degli anni trenta del novecento. La sua idea di donna è quella di molti all’epoca: la donna sta in casa e bada ai figli e non ha diritti che non siano quelli di servire e riverire il marito. Per maritare almeno una delle sue figlie, l’uomo chiede l’ausilio di Carlino Vigetti, playboy locale. L’uomo comincia a corteggiare le due figlie dell’uomo, ma quando proprio una delle figlie adottive dello stesso, arriva, Carlino si innamorerà di lei, tralasciando le altre due e tirandosi addosso l’ira di molti, compreso il prode Sisto. Quello di Avati è uno sguardo che stupisce, che gira incontrollabile alla ricerca di un qualcosa di nuovo che comunque guardi al passato. Non è un capolavoro, questo Il cuore grande delle ragazze, ma è sicuramente un forte lungometraggio che ricorda i primi Avati e si allontana molto dal nuovo Avati, proprio quello che si era rassegnato alla morte, al dolore, alla fine del (suo) mondo. Invece, questo film riesce ad essere un grande inno alla vita e al passato del regista, che gira genialmente tra colori più o meno ecclesiastici e ponendosi di fronte a scelte di varia natura, riuscendo a divertirsi, a stupire e a completare la sua opera, realizzando probabilmente, un perfetto epitaffio per una grande carriera. Il cuore grande delle ragazze, semplice e birbone, è anche un inno alla donna. Nel raccontare i tempi in cui la donna aveva pochi diritti e tanti doveri, Avati manda un serio messaggio alla generazione di moderne “madri di famiglie”. Insomma, lui ci dice che una volta le donne avevano un cuore grande, ed ora? Si rifiuta di dare una risposta Avati. Preferisce sparire nei meandri del passato e restare semplicemente nella memoria collettiva. La modernità è troppo assurda per lui, è meglio rimanere attivi nel passato, piuttosto che adattarsi ad un posto così diversamente strano, come l’Italia moderna. Se siete nostalgici e malinconici per tempi che non avete mai vissuto, Il cuore grande delle ragazze è il film per voi. Vedetelo e rimarrete estasiati. E forse c’entrerà qualcosa anche il biancospino!

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