Lo si capisce già dall’incipit, fin dal primo piano degli occhi di Helen Mirren: mai fidarsi delle apparenze. E, infatti, contrariamente a quanto si possa pensare (leggendo la sinossi) Il debito non è un film sulla caccia ai criminali nazisti seguita alla fine dell’Olocausto, piuttosto un film sul peso del “debito” nei confronti della verità e sul senso di disagio che l’essere umano prova ogni volta che mente.
1966, Berlino Est. Rachel, David e Stephan (Jessica Chastain, Sam Worthington, Marton Csokas) sono tre agenti del Mossad incaricati di catturare il nazista Vogel, meglio conosciuto come il chirurgo di Birkenau, e portarlo in Israele perché venga processato. Trent’anni più tardi Rachel, David e Stephan (i più maturi Helen Mirren, Ciáran Hinds, Tom Wilkinson) sono tre eroi nazionali, osannati in patria per aver ucciso quel criminale, e la cui missione viene ora celebrata in un libro da Sarah, figlia di Rachel e Stephan. Saranno i colpi di scena disseminati all’interno del film a stravolgere il senso di una storia all’apparenza molto lineare e ormai chiusa e a dettare i ritmi di un thriller ad alta tensione. In un continuo cortocircuito tra presente e passato, bene e male, dove le vittime si confondono con i carnefici.
Come nell’originale (Il debito è il remake dell’israeliano Ha-Hov, diretto da Assaf Bernstein nel 2007), il film di John Madden (all’attivo una nomination agli Oscar per Shakespeare in Love) ricostruisce il contesto storico ma punta lo sguardo sui protagonisti della storia e sulla loro umanità, astenendosi da facili moralismi. L’incubo e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale passano solo attraverso alcune fotografie e le parole agghiaccianti di Vogel (Jesper Christensen), l’unico capace di penetrare nell’animo dei tre agenti, individuarne i punti deboli e affondare la lama in ferite ancora aperte, costringendoli a mettere a nudo la loro vulnerabilità: «Dimenticavo che voi ebrei non siete capaci ad uccidere. Solo a morire».
Il debito è un film che colpisce allo stomaco, e non tanto per la violenza di alcune sequenze, quanto per il cinismo e il peso specifico dei dialoghi. Una pellicola in cui spicca un cast corale dove nessuno è messo in ombra e dove la riflessione sul rapporto tra l’essere umano e la verità acquista una connotazione talmente universale da risultare attuale nonostante la storia ci riporti indietro di 50 anni, all’interno di una vicenda dai tratti decisamente particolari. È nell’umanità dei personaggi, nei loro sentimenti, nelle loro ferite (come quelle che segnano il volto e lo spirito di Rachel) che lo spettatore riconosce se stesso e la sua vita. Che Madden riesce a indurre un’empatia che cresce per la durata della pellicola e che dovrebbe culminare nella scena finale del film, curiosamente la meno incisiva: un epilogo che si consuma troppo in fretta, perdendo la tensione che fino a quel momento si era mantenuta molto alta.

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Mi piace
La sceneggiatura di notevole spessore, che non risparmia dialoghi di un sottile cinismo; la superba performance del cast e la costruzione del racconto, mai banale e carica di suspense

Non mi piace
La scena finale del film, troppo frettolosa rispetto al pathos creato fino ad allora

Consigliato a chi
Riesce a reggere un duro colpo allo stomaco, pur di godersi un bel thriller

Voto
4/5

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