Elio Germano e’ il miglior attore italiano. Da dieci anni e per i prossimi venti. Ma questo si sapeva già. Elio e la sua ennesima straordinaria interpretazione: l’unico motivo per vedere questa mattonata biblica di quasi due ore e mezza, debole e sfilacciata nella narrazione che il nostro tiene in piedi dall’inizio alla fine, salvando il salvabile ed evitando un giudizio altrimenti decisamente negativo. La schema funzionale raccontiamo e capiamo l’uomo per comprendere l’artista fa acqua da tutte le parti, l’eccessiva lentezza e la regia fin troppo scolastica frenano le emozioni, creando una rappresentazione del Leopardi si dettagliata ma altrettanto fredda e distaccata, un biopic basato sulle (troppe) parole e discapito delle (poche) immagini che invece potevano rappresentare e mettere in scena anche solo come visioni le sue opere. Invece manca il coraggio di osare, tutto scorre via come un noioso riassunto didascalico da documentario, niente e’ approfondito a dovere, come la parte artistica del Leopardi circoscritta alle lettere al Giordani o alla combriccola letteraria fiorentina. Tanta confusione poi, la rottura narrativa dei ” 10 anni dopo”, Ranieri che appare dal nulla, le tante città toccate apparentemente senza logica. Non si capisce mai qual e’ il punto di vista del regista ( sempre che ci sia …) la chiave di lettura degli eventi. Tanto rumore per nulla. Un racconto fine a se stesso. Senza poetica, senza animo. Tutto quello che invece ha retto e sostenuto il bellissimo Pasolini di Ferrara

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