“Il giovane favoloso” (2014) è il settimo lungometraggio del regista napoletano Mario Martone.

Un’arena estiva è sempre utile per riprender(si) un film perso o qualcosa da assaporare in una serata alquanto calda che ci regala (in atmosfera) un vento di freschezza per meglio sederci e attendere l’inizio. Tutto con le buone intenzioni e con una compagnia giusta per sorbire una pellicola che ha ottenuto un buon successo. Buona affluenza per un pubblico predisposto.

Tutto qui l’inizio e l’atteggiamento dello spettatore perché la pellicola di Martone lascia con l’amaro in bocca e, soprattutto, una seconda parte alquanto rattoppata, indigesta per non dire poco funzionale al personaggio e a ciò che si vorrebbe dare oltre lo schermo.

Il buon inizio: la famiglia, i fratelli. la casa, la biblioteca, il paese, le case intorno e lo scrittoio del poeta con la finestra sulla piazzetta sono i luoghi che aspetti (girato in interni ed esterni a Recanati) e la passione che si attende per un uomo che ha dato il ‘timbro’ indelebile nell’ottocento. Ma appena il film vuole espandersi, allargare il giro e emanare l’ardore poetico (oltre al recitato dallo stesso come per “L’Infinito” ) il film scade e odora di un posticcio ‘retrò’ quasi anticipando (in malo modo si può dire) il finale dentro le im-magini del Vesuvio in eruzione e la ‘conclamazione’ (vistosamente ossequiosa al regista non certo all’autore…) de “La Ginestra”.

Ecco il film preme per accelerare l’esteriorità di quello che Giacomo Leopardi dà agli altri mentre l’emanare l’impulso interiore e cadente della (auto)lettura dei versi rimane lì e non va oltre. Certo il personaggio da rappresentare non è uno qualsiasi e l’attore Elio Germano dà il massimo (per quello che qualcuno osa chiedere) ma ciò che pervade lo schermo (dopo averne apprezzato le sensazioni) è la ‘caricatura’ di ciò che è il campo letterario del tempo (e riferito all’oggi) quando dalla bocca esce questa frase: “…oggi tutti scrivono…” e chi sa chi dalle ‘Operette morali’ e da ‘Lo Zibaldone’ aveva afferrato qualcosa da dire in contrappunto per un poeta che della ‘malinconia’ ne faceva (quasi) un(il) vanto (stante alle tante volte che nel film viene ripetuto) come per dire ‘non leggetemi’ se non capite

Il macchiettistico può portare all’eccesso e all’oltre con il pericolo (incombente) di sollecitare le grazie dell’attore in posa ma giammai l’intrinseca e raffinata postura ‘poetica’ che deve emanare il respiro di un popolo e di un secolo. E i premi (ieri come oggi verrebbe da dire) sono misure e vaglio degli altri che si pongono a stridenti versi non compiaciuti o a prose non corrispondenti all’altura vena di ottimismo (comunque e dovunque): l’infinito leopardiano non osa spalancare porte agli eruditi letterati dell’ottocento come a quelli che nella settima arte pongono immagini per non rappresentare l’indice minimo e il rigetto culturale. E Martone riesce nell’impresa (non facile è da dire) di assecondare il minimo del recanatese e rendere fattibile il rendiconto produttivo (per una fiction di livello) per una distribuzione festivaliera (il cinema dei premi) con autoreferenzialità italiana (siamo bravi e non capiti come il poeta che vedi).

Il film tende a ‘mediocrizzare’ il tutto e la voglia (poi) di raccontare la Napoli del poeta sa di un riempi-tivo vuoto con una città invisibile, limata al minimo, imperscrutabile e asettica nei confronti dell’ospite.Tutto poco sentito e l’arguzia dei versi diretti al pubblico rimane lontana come è distante il sentito respiro di un af-flato ‘malinconico’ e ‘rivoluzionario’. E il gelato da ‘gustare’ del poeta attende impropriamente la fredda didascalia di un ‘giovane’ da farsi e di versi da applaudire.

La Poesia e ciò che intorno si avvinghia con pensieri profondi manca o quasi nel film: tutto in poche battute e in languide inquadrature mentre ciò che vorrebbe essere da traino (la vita nell’intorno, la famiglia e i suoi pochi amici) risente di un’impostazione appesantita, lignea e schematizzata in bozzetti.

Elio Germano ci mette tutto il suo impegno ma la sua bravura è anche il limite per una fisicità (reci-tata) che decomprime il mondo ìnteriore di un personaggio difficilmente rappresentabile. Il biopic è mezzo da usare con discrezione e con saggia veridicità. Il non vero e il presunto (da inventare) possono dare adito a scherzi al contrario irritando il gusto e irradiando sonorità (da riso) per uno spettatore che conosce (un po’) Leopardi. La presunzione di fare(ci) capire (e i centotrentasette minuti di lezione sono troppi).

Voto: 5.

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