Il libro di Henry

Se c’è un giovane di belle speranze a Hollywood oggi, quello è Colin Trevorrow. Dopo gli incassi stellari del suo Jurassic World, la sua carriera è però precipitata in uno strano stallo dovuto soprattutto, com’è ovvio che sia, al suo allontanamento dalla regia di Star Wars – Episodio IX.

Il film che aveva portato finito prima di quell’avventura con la LucasFilm, Il libro di Henry, è però ancor più privo di certezze e sembra restituire il profilo di un cineasta avido di rischi, di sfide incandescenti, estraneo alla logica degli studios e alle loro imposizioni stringenti.

Si tratta, infatti di un mixed genre, che forse è la parola più temuta dagli studios e dai produttori perché quando ci sono di mezzo più generi diversi è davvero ardua non solo gestire l’anima di un film ma anche renderlo vendibile, commerciale. Un amico del sottoscritto che manterremo anonimo e che negli anni novanta si è barcamenato attraverso diverse scrivanie hollywoodiane proponendo copione giura che è l’espressione con cui erano solito cassargli molti script.

Abbiamo, infatti, un ragazzino prodigio, Harry Carpenter (il Jaeden Lieberher di It) che sbriga la contabilità della mamma Susan (Naomi Watts), si intende di tutto lo scibile umano come se fosse il più geniale degli adulti, mette mano a intricate macchine di Rube Goldberg, ha un fratellino docile e buono, Peter (Jacob Tremblay).

Ma non si tratta della solita parabola disfunzionale su un giovane superdotato, perché intervengono ben presto la morte e il bisogno di salvare qualcun altro (la propria vicina di casa), anche a costo di agire al di sopra del lecito. Ed è qui che il dramma strappalacrime classico e consueto si fonde al giallo, i generi si sovrappongono e si ibridano, la bussola del film sbanda impazzita, pericolosamente lontana dal buon senso produttivo e dalla galassia dell’equilibro e della misura.

Massacrato dalla critica e, secondo alcuni, alla base dell’esclusione di Trevorrow dalla saga Star WarsIl libro di Henry è un film strano e irrisolto, lontano da tutto ciò che si dovrebbe fare per stare tranquilli, inevitabilmente destinato al macero in virtù di ciò che si diceva sopra sul mixed genre, ma, al netto di tutti i palesi difetti e degli squilibri dovuti a un film che è almeno quattro o cinque cose insieme, è un’operetta indie (10 milioni di budget, toni da film Sundance a fior di lacrima) animata da uno strisciante e perturbante senso di disagio per la sua stessa essenza: un film instabile e imprendibile per natura e per vocazione, che è mutevole perché non sa cosa fare, né soprattutto, cosa vuole fare da grande. Probabilmente è una forma di ricchezza, anche se la meno remunerativa e la più autolesionista possibile.

Una scheggia impazzita di young adult, diretta da una promessa che si scopre incognita.

Mi piace: il coraggio suicida del film, il senso di spaesato disagio che lo abita in virtù della sua fusione di generi

Non mi piace: i tanti, troppi toni, livelli, strade percorse

Consigliato a: chi cerca un dramma young adult, apparentemente strappalacrime ma con dei risvolti inquietanti

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