L’inferno secondo Lilti: “un film senza fronzoli, ch’avrebbe gl’ingredienti per esplodere ostentatamente in dramma esistenziale ma è troppo pudìco e riservato per farlo, com’i suoi due protagonisti” (Donzelli) o come le lacrime che deflagrano l’intimo quanto più le si cerca di trattenere. Nel lor’ambulatorio si riversa un’umanità dolente che la coppia di dottori fronteggia senz’alcuna miracolistica illusione m’almeno col lenitivo d’un sovrappiù proprio di quell’umanità che malattia e sofferenza sviliscono, deturpano, saccheggiano. Il montaggio serrato non si limit’a dar ritmo alla storia, aggiunge pure l’effetto dell’intercambiabilità fra i soggetti ridotti a pazienti, e la loro “medicina umanistica” si pone quale scopo prioritario la restituzione della dignità mortificata dalle patologie. Un “unfeel-good-movie” (Nepoti) che sa’”evitar’il temuto piagnisteo e, ancor meglio, la banalità d’una love story tra i due magnifici personaggi principali” (Bertarelli). Rovinose le scene conclusive (il rito yoga del sorriso e il “sol dell’avvenir”) che compromettono il nitor’estetico ed etico fin lì espresso. D’antologia il monologo prefinale sugl’orrori della natura che finora c’è possibile sol’arginare. Un cinema così efficace sulla tragicità del quotidiano i Dardenne, l’Haneke d'”Amour” o il logorroico predicozzo di Tommy Lee Jones nell’epilogo del cinico “No Country for Old Men” manco se lo sognano.
Mauro Lanari e Orietta Anibaldi

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