Spesso nello scegliere i film da vedere ci facciamo trascinare dall’imprimitur del mercato cinematografico dimenticando che, a volte, nel buio di una singola sala si cela il buono di non Hollywood. Affidiamo i nostri sogni di celluloidie e le nostre speranze di un bene nato per vincere a maschere, mantelli e super poteri, scambiando abitanti di Krypton per missili o per aerei, accendendo fari nella notte per imprimere nel cielo un richiamo di aiuto a forma di pipistrello. Alla fine, assordati dal leone che ruggisce o ipnotizzati dal lento vorticare della Terra nell’Universal, lasciamo che film come Il mio nome è Khan attraversino il grande schermo lasciando nelle menti, nei cuori, nell’egoistica cecità di chi si definisce sommelier dei 24 fotogrammi al secondo solo la sbiadita, anonima ai più, faccia di Shahrukh Khan, in realtà l’idolatrato Sean Pen di Bombay. Ma fortunatamente, come una foglia di tè nero trascinata dal vento, questo film, dopo un lungo perigrinare nell’indifferenza generale, giunge lo stesso alle nostre orecchie e, come urla nel silenzio, magicamente, risplende di clorofilla verde speranza creando una fotosintesi al contrario, donando nuova vita alla luce del nostro proiettore fai di te che finalmente può tornare a bruciare l’anima, riscaldando la nostra coscienza, sussurrandoci nel cuore: “ora puoi riaprire gli occhi!” Fermo immagine…Imperdibile!

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