Oppresso da un lavoro insopportabile, da una ex moglie che lo considera un completo fallito e da un figlio indifferente, un uomo decide di fingere la propria morte lasciando abiti e documenti della persona che era su una spiaggia deserta per avviarsi verso l’ignoto: no, non si tratta del Mattia Pascal di pirandelliana memoria né del giovane ribelle Christopher McCandless ma semplicemente di Wallace Avery, triste e spento impiegato della FedEx che prova a reinventarsi abbracciando il nome semplice e immediato di Arthur Newman; incrociata sulla sua strada Mike, esuberante ragazza dalla personalità borderline e dal passato misterioso, quello che doveva essere un viaggio in solitaria diventerà una fuga per 2 senza meta, finché i rimpianti per la responsabilità e i legami che si erano lasciati alle spalle non busseranno con violenza alla porta dell’ennesimo motel.

Primo lungometraggio Dell’esordiente Dante Ariola dopo una carriera nella pubblicità, Arthur Newman sceglie uno spunto che non brilla certo per particolare originalità ma che date le sue innumerevoli implicazioni sociali ed emotive avrebbe comunque potuto garantire alla pellicola una buona riuscita: purtroppo, non basta il carisma di due attori di razza come Colin Firth ed Emily Blunt(perchè continui a sprecare il suo prezioso tempo con tragicommedie insapori come questa davvero non ce lo spieghiamo) a tenere in piedi un road movie che cercando di muoversi con delicatezza e cautela nella fragile psiche dei personaggi finisce per renderli stereotipati e incompleti, un debole schizzo sulla tela che non può o non vuole trovare una catarsi.

Lontani dalle grandi metropoli, persi nel cuore di quella provincia americana tutta strade desolate, Walmart e tavole calde senza sonno che si offre sempre ben volentieri ai viaggiatori come scenario ideale per ritrovare sé stessi, affamati della vita e determinati ad assaporare la libertà appena conquistata i due protagonisti si intrufolano di casa in casa per assumere e impersonare, anche se solo per poche ore, le diverse identità degli abitanti: il gioco, che si trascina a lungo regalandoci momenti di tenerezza come di goffo erotismo, non trova mai il coraggio di farsi vera metafora di un percorso di rinascita più ampio e brucia ogni buona intenzione rendendosi noioso e ripetitivo, incapace di preoccuparsi di scavare davvero oltre la superficie e investigare con la dovuta cura l’animo di due figure apparentemente così piene di conflitti.

Mentre Colin Firth, bloccato in una poco ispirata sindrome di tristezza alla “A Single Man” che si traduce però in una prova lontana anni luce da quella dell’omonimo film di Tom Ford, prosegue la sua corsa insieme alla vivace e instabile Emily Blunt( un insieme di clichè della classica outsider con una lunghissima lista di problemi psicologici), poco o nulla sembra cambiato per le persone che Wallace Avery si è lasciato alle spalle, intente a proseguire le loro esistenze senza che la sceneggiatura indugi neanche per un momento sul loro possibile turbamento.

Che per l’essere umano sfuggire del tutto al controllo della società e recidere ogni legame col proprio passato sia difficile per non dire impossibile lo sapevamo già, ma senza un minimo sforzo nel cercare di comprendere e capire il bisogno, tanto egoista quando necessario, di autodistruggere un’identità divenuta simbolo di miserie e fallimento per impedire che la monotonia quotidiana divori anche l’ultimo pizzico di speranza rimasto, l’intera riflessione diventa tanto incolore quanto irrisolta: senza dubbio, Pirandello non abita qui.

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