“Il ponte delle spie” (Bridge of Spies, 2015) è il ventinovesimo lungometraggio del regista-produttore di Cincinnati Steven Spielberg.
Il cinema è costruzione imperante e lineare lettura per chi ne prende il succo intenso di un gioco di vita come uno studio di epoca ad oggi.

L’ultimo Spielberg entra in sala di proiezione con un passo muto e felpato, incognito silente e vile nel paradigma di un inizio davvero elegante e raffinato, composto e simultaneamente cinema a tutto tondo. Un entrare nel film con rumori di sottofondo, basso profilo, città in movimento mentre un uomo attraversa una strada di Brooklyn con una borsa che pende dalla sua mano. Un volto che espande un mistero sottilissimo che entra nello schermo con uno sguardo raccolto (tra specchio e autoritratto) con uno squillo di telefono che alimenta il silenzio incauto e la fuga in una stanza per aprire(si) una moneta e uno sfondo(ato) nel ponte per cercare un misero bigliettino accartocciato. Rudolf di grazia non si indispone cerca il nulla per annullare il tutto con un colore di tavolozza dove la sua opera pittorica eleva il ‘lugubre’ interiore per una fotografia lineare, aperta e spalmata in ogni lineamento umano nascosto.
E di pari a lato entra James in una sequenza minima e appassita il regista di Cincinnati lascia a noi (spettatori di vaglia alleggerita) il gusto di scoperchiare il già conosciuto padre di famiglia, l’uomo della festa in tavola, il semplice commensale al centro che aspetta i figli e addolcisce la moglie, la persona rispettosa e mai sopra le righe, l’avvocato assicurativo inerme e indifeso, l’uomo qualunque che vuole difendere l’indifendibile.

La storia dell’ultimo uomo, di uno, di noi che reclama giustizia, di un qualcuno che vuol tornare in patria, di una spia che pare contro tutti. L’avvocato Donovan non si scomponete nel pensare alla giusta causa e mentre ci pensa il suo aiutante giovane di studio appena entra nella sua casa (portando materiale processuale da consultare pro Abel) declama la notizia di ‘accettare il caso’ a moglie e figli in tavola con un James sorpassato (ironicamente) da un pivellino qualunque. L’uomo conta e giammai impossessarsi di ciò che è il suo libero vivere in ogni momento e amicarselo solo per convenienza e furberia di bassa qualità..
Siamo nel 1957, nel pieno della guerra fredda, quando a Brooklyn viene arrestato Rudolf Abel con l’accusa di essere una spia sovietica: il mistero del volto è un barlume assopito di una rasserenante dormita tra due guanciali. L’uomo ha poco da dire e le accuse non distolgono la sua paura contratta e interiorizzata mentre l’avvocato James Donovan non ne vuole sapere di ciò che ha dire il ‘suo assistito’. Prima volta per entrambi che un americano (irlandese) difenda una spia russa (inglese) dell’est della Germania. Un inizio per entrambi e una fine per uno scambio (con il pilota americano Gary Powers dell’U-2 abbattuto il primo maggio 1960 mentre stava effettuando foto su obiettivi militari nemici) impossibile dove ogni luogo è solo per un incontro mentre il ponte di Glienicke a Berlino è l’incontro per un attimo di una storia che si osserva.

La ‘Guerra Fredda’ pone nel film una dicotomia come lettura di profilo impalpabile, azzerante e come misura sovraesposta e accidente per una vita ordinaria e pur confortevole. L’avvocato prezioso per Rudolf è pieno di energia inaspettata, silenziosamente intensa e ramificata nella vera giustizia (da una Costituzione a cui bisogna tendere). ‘Ciascuno individuo merita di essere difeso’ dice James, e aggiunge ‘Ogni uomo è importante’ anche se lo spionaggio è fuori da qualsiasi schema ‘giudiziario’. La famiglia Donovan verrà messa a dura prova e il papà di una famiglia combatterà da solo senza nessun appoggio (lo Stato ne è fuori e lo scambio necessità di una bugia anche verso i propri cari).
E gli (interposti) scambi James-Rudolf avvengono con dovizia di inquadrature flebili e misere (quasi sottotono), in un gioco (lineare e anti-retorico) che compiace (e accompagna) l’elegante sceneggiatura (di Matt Charman con Joel e Ethan Coen): poco avvezzo alle didascalie di un nascondimento registico, il glamour sottile e la precisa (e peculiare) ricostruzione degli ambienti giace sui volti (perspicaci come pandora) dei personaggi come un manifesto di viltà sperduta e di maestranze vive che alloggiano in un hotel di categoria surclassata. Gli incontri e i colloqui tra accusato e avvocato sono di una partecipazione e di un sincronismo interiore veramente non-scalfibile: prove recitative impagabili e di una forza che va oltre il film stesso. E le riprese in ‘dissolvenza’ che usa Spielberg nel tempo (cinematografico) aggiunge il tono (alienante) di una ‘storia minima’ che arriva fino all’oggi e perdurante come chiosa di uno sfuggevole (ri)inizio per un salto oltre ogni confine. E i vetri delle finestre, come i vetri degli autobus, come i vetri di ogni luogo diventano filtro dei nostri occhi per la cinepresa e luogo di passaggio di ogni gesto da consumare. E dei bambini che giocano (e saltano) diventano luogo e segnale per chi guarda (e noi con Donovan): sempre i piccoli sono il segno tangibile di un passo doppio e di uno specchio a ritroso (il muro in costruzione a Berlino e gli spari per chi viola il luogo della morte).

E sul (cosiddetto) ‘Ponte delle Spie’ il linguaggio si fa scarno mentre il trillo di un telefono avverte che lo scambio mattutino potrà esserci. Il telefono che suona ieri per Abel e il suo nascondersi, suona ancora alla fine mentre lui non sente ma qualcuno è lì a Berlino prima del suo arrivo con un aereo.
Perché Donovan va oltre quello che è oltre i capi di Stato e infatti il ‘dialogo’ segna una conclusione che i governi non possono avere. Si deve dire che la sequenza sul Ponte è di una semplicità ed efficacia senza pari: tutto in un ordinario linguaggio scarno e oltremodo importante.
“Ti accoglieranno bene?” chiede James a Rudolf. “Se mi faranno salire sulla parte posteriore dell’auto …”. E sì un gesto per capire ciò che aspetta e ciò che ritrova. E l’ultimo sguardo di Donovan oltre la barriera si rivolge al suo assistito che si perde tra il mattino rabbuiato di una desolante Berlino. Per Donovan non ha importanza ciò che sa dell’altro ma ciò che lui fa per l’altro: tutto in grande riflesso fino a oggi. Ognuno ha una storia non è detto che la racconti bene e giusta: l’importante è la ‘pulizia’ che fai in te stesso e quello che ‘sai tu’.

Lo scambio sul Ponte diventa simbolo di un mondo e di ogni mondo come lo smacco al buon pensare e il grazie sulla metro di Brooklyn da una passeggera anonima senza dire una parola. Un gesto, uno sguardo, un buon modo sono segni di una popolo come piano simmetrico a chi guardava con sospetto e timore l’avvocato Donovan finito senza volerlo in prima pagina dei quotidiani. E la moglie dell’avvocato vedrà suo marito tornare con un regalo (un barattolo dolce comprato lì a fianco) per sprofondare a letto dalla stanchezza (le notizie tv hanno sempre un peso nelle pellicole di Spielberg). Il cappotto (nuovo) di James e il suo scambio sono leggerezza di un confine mai passato, sfiorato ma ‘sradicato’ di ogni ‘muro’ costruito.
Tom Hanks e Mark Rylance, un duo che allarga la pellicola oltre ogni ‘quadro’ recitativo. Una colma misura senza misura. Si vuole aggiungere la performance (tra le altre) del ‘grande vecchio’ Alan Alda.
Thomas Newman riesce a comporre una colonna sonora di grande efficacia con l’allargarsi della composizione nella parte finale con un crescendo (dal silenzio alla pioggia, dal muro al Ponte fino ai titoli di coda con un gusto riassuntivo da vedere e ascoltare tutto).
Da menzionare la bellissima fotografia di Janusz Kaminski e il montaggio (dissolvente) del fidato Michael Kahn (che collabora col regista da ‘Incontri ravvicinati …’ 1977).
La regia di Spielberg è di un’essenzialità e di una peculiarità di cui pochi oggi riescono a gestire. Può non soddisfare (ci mancherebbe) ma il film ha un accento nascosto che va oltre l’indubbia qualità del tutto.
Voto: 10.

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