Il quinto potere è un buon film, che nasce però con due problemi.
Il primo è che è tratto da un libro scritto dal più stretto (ex) collaboratore di Assange – per molto tempo anche l’unico, a causa della sua cronica diffidenza verso il prossimo –, Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl), che con il creatore di Wikileaks ha interrotto ogni rapporto alla fine del 2010. Assange è di conseguenza dipinto come un rivoluzionario poco lucido, con una visione manichea del mondo e la psiche disturbata da brutti ricordi di infanzia. Un uomo disponibile a rivelare a cuor leggero informazioni sensibili senza alcuna forma di editing, e senza interessarsi ai rischi che questa politica implica (per esempio per gli agenti americani sotto copertura). Si tratta quindi di un punto di vista molto netto, che si porta dietro di conseguenza il problema di una compensazione, come fosse un peccato originale. Ma la ricerca di un equilibrio assomiglia troppo a una semplificazione.

Il secondo è che per un film su Wikileaks sembra presto. I fatti narrati arrivano fino al novembre 2010, con la pubblicazione congiunta con il Guardian, il New York Times, Der Spiegel, El Pais e Le Monde dei documenti diplomatici riservati che vanno sotto il nome di Cablegate (a luglio era toccato ai leaks sulla guerra in Afghanistan e tre mesi prima, in aprile, ai segreti militari in Iraq, compreso il famoso video ‘Collateral Murder’ in cui si assiste al massacro di 12 civili iracheni, tra cui due giornalisti, da parte di un elicottero americano).
Da allora non sono passati nemmeno tre anni: nel frattempo Assange è stato condannato per reati di natura sessuale nei confronti di due donne svedesi, e attualmente è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
Ancora più importante: tre mesi fa Bradley Manning, ritenuto responsabile della più grossa fuga di segreti militari della storia americana, è stato condannato a 35 anni di carcere.
La storia ha insomma appena iniziato a fare il suo corso, e il cinema sta provando ad anticiparla.

Questo materiale bollente, benzina ideale per un thriller politico stile Tutti gli uomini del presidente, viene messo in scena da Bill Condon (Demoni e Dei, Kinsey, ma anche i due Breaking Dawn) con uno stile che fa pensare a Newsroom e Sherlock – le serie tv -, e Zero Dark Thirty: tanta camera a mano, tante inquadrature strette, montaggio frenetico – anche quando non serve –, e parecchie grafiche modaiole (un sacco di sovraimpressioni), che dovrebbero movimentare il film, farlo assomigliare al web nelle sue metamorfosi, ma lo rendono soprattutto caotico.
Condon in realtà si spinge ancora più in là, fino a citare esplicitamente Quarto Potere, e lo fa – non vi diciamo come, per non rovinarvi la sorpresa – nella porzione più surreale del film, quella in cui immagina l’ufficio virtuale di Assange come una distesa di scrivanie sulla sabbia.

C’è infine da dire che i protagonisti sono eccezionali: Brühl, dopo Rush, si conferma come star nascente. E Cumberbatch lavora sulla voce, l’accento e il modo di muoversi di Assange, fino a raggiungere una mimesi impressionante – meriterebbe una nomination all’Oscar. Noi che l’abbiamo incontrato dal vivo, possiamo aggiungere che dei muscoli messi su per Star Trek non è rimasta nemmeno l’ombra: ha il volto immacolato, gli occhi turchesi, e le spalle magre di un angelo.

Guarda il trailer e leggi la trama del film

Mi piace
Due grandi interpreti per due grandi interpretazioni

Non mi piace
Per un film su Wikileaks è presto, e la narrazione sembra non sapere dove andare a parare

Consigliato a chi
A chi ama il cinema di stretta attualità

Voto: 3/5

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