L’uscita di un film dei fratelli Dardenne è un avvenimento. Per almeno due ragioni: la prima perché si tratta un evento raro, in quanto i cineasti belgi non sono (per fortuna!) troppo prolifici, la seconda deriva dalla qualità delle loro opere, in quanto i due autori sono fra i pochi poeti della settima arte in attività.
Il film. Cyril è un ragazzino ospitato in un istituto. Nulla si sa della madre, e il padre lo ha allontanato da sé presumibilmente senza troppe spiegazioni. Nella prima parte della storia assistiamo alla tenace, insistita ricerca che Cyril fa del genitore (interpretato da Jérémie Renier, al quale i registi sembra vogliano infliggere costantemente ruoli detestabili). E noi spettatori che sappiamo dell’inutilità di questi tentativi, reiterati contro ogni evidenza, restiamo commossi e dolorosamente stupefatti della inspiegabile (ma tutt’altro che rara) durezza dell’adulto. Qui si fa subito apprezzare l’abilità dei registi nel dominare questo tema drammatico, nel conferirgli le sfumature e i ritmi giusti. Oscilliamo tra la pietà per il ragazzino e l’indignazione verso il genitore, ma nel contempo riflettiamo sull’immagine infantile che ci viene proposta: quel credere con cocciutaggine all’amore paterno, nonostante tutto, nonostante il rifiuto esplicito. Una sensibilità che l’età adulta ci fa perdere (e che gli Autori sembrano volerci ricordare).
In una delle sue fughe il ragazzino si imbatte in una giovane donna, Samantha (interpretata da Cecile de France, vista in Herafter), la quale per un impulso simmetrico ed opposto a quello del padre, invece lo accetta in casa propria per un fine settimana (evidentemente in quel paese esistono norme che lo consentono). Come fatichiamo a comprendere il padre indifferente, non ci sono neppure esattamente chiare le ragioni della volontà della donna. Ma qui si replica un motivo caro ai Dardenne: il mistero dell’istinto materno, già esplorato ne “L’enfant” e pure ne “Il matrimonio di Lorna”. Quando il compagno la pone dinanzi alla scelta “o lui o il ragazzo”, lei non esita e prende il ragazzo. Non è questo l’emergere di una convinzione radicata negli Autori, che urge esporre perfino al di là delle necessità narrative?
L’esistenza del ragazzo non è facile. La sua bicicletta è oggetto dell’attenzione di una banda di ladruncoli di quartiere, che tentano di portargliela via. Il capo di costoro lo prende sotto la sua protezione, con blandizie lo circuisce fino a convincerlo a commettere un furto. Ma il colpo ha uno svolgimento imprevisto, Cyril viene visto e riconosciuto, e il complice lo scarica brutalmente per paura di conseguenze con la polizia. Cyril con le banconote rubate in mano, in sella all’amata bicicletta, va ancora una volta dal padre, e col denaro che gli offre sembra volergli proporre un’ultima disperata ragione per essere accettato.
Inutilmente: Cyril viene respinto una seconda volta e sperimenta la solitudine (qui a qualche spettatrice dal cuore particolarmente tenero, stimolata da uno stacco musicale fin troppo complice, potrebbero inumidirsi gli occhi). Al ragazzo non rimane che fare ritorno dalla sua benefattrice, raccontare tutto alla polizia, chiedere scusa ai danneggiati e risarcirli.
Ma vi sono degli strascichi, chi ha subito l’aggressione non ha completamente perdonato ed il semplice percorso penitenziale di Cyril deve ancora scontrarsi con le tortuosità (e le bassezze) degli adulti. Ma nel frattempo lui è cresciuto, ha maturato una condotta, e nell’ultima scena del film ci fa intravedere l’inizio della costruzione di una identità. Il ragazzo con la bicicletta, come il duellante di Ridley Scott, infine abbandona il campo, ma da vincente, poiché rifiuta di sottostare alla perversa logica di chi lo vorrebbe come lui.

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