“Il segreto nei suoi occhi” (Secret in Their Eyes, 2015) è il terzo lungometraggio del regista-sceneggiatore statunitense Billy Ray.

Remake dell’omonimo film argentino di Juan José Campanella (che vinse l’Oscar nel 2010) la pellicola di Billy Ray tende a piacersi troppo e non dare la sensazione di esprimere il meglio dal racconto e dalle interpreti femminili soprattutto. E non piace questa piattezza onirica con un barlume (voluto) di regalo recitativo dove ogni scena pare voglia incantarci su come si fa e su quando staccare una ripresa per renderla eccellente e importante. Non c’è uno stacco tra passato e presente, non c’è tensione tra ambiente e personaggi, non c’è visualizzazione tra interno ed esterno. Un thriller stanco con pensieri assortiti, deja-vu assortiti, volti inermi e (troppe) scene madri inutili.

Film staccato e non toccato dalla vera suspense dove uno sguardo è troppo e il limite dei tredici anni per cercare un colpevole è pieno di storia da riempire a piacimento. E i colpi di scena (tutto pare possibile per tenere il poco pubblico all’ultima inquadratura) paiono troppi e pilotati in un non senso quasi testimone di una giustizia a piacere. Il colpo di pistola arriva e un’arma è sempre nascosta dentro una casa di una madre che trova la figlia segnata dal sangue. Un inizio (un paio di minuti) promettente poi il film e la regia vanno in molte direzioni, troppe direzioni e il gusto di sbalordirci in sala affatica tutto e il tutto diventa non bello anzi esattamente l’opposto.

La madre investigatrice (Jess), la Vice Procuratore (Claire) e l’ex agente FBI (Ray) sono un trio affiatato e si ritrovano dopo anni nella stessa indagine. La scoperta macabra di una figlia uccisa e di una madre disperata sono il ricordo e lo scontro per una vera giustizia. Le cose non vanno lisce e ciò che sembra preciso e indirizzato (il presunto colpevole riconosciuto dagli occhi) è solo una pista da abbandonare. Jess si scontra con tutti e parla di essere contro la ‘pena di morte’ ma di giustizia e ergastolo. L’11 settembre è lì nei pressi e dentro le ‘anime’ e i ‘corpi’ di chi vuole capire. La politica è in agguato e le schermaglie portano ad una giustizia privata antesignana del nulla.

Julia Roberts e Nicole Kidman parrebbero adatte ad un film di inchiesta con l’ex agente FBI a mettere il suo mestiere in mezzo tra le due donne. Invece le due attrici hanno (forse) sbagliato la scelta di recitare per una simile storia (o non hanno altro come copioni e quindi sono al ribasso per accettare quello che capita anche un remake non certo allettante) dato che la convinzione appare minima e il carisma (per chi sceglie una pellicola dal cast) è solo nei titoli. Appare distaccato, algido e gelido il verso di Claire e quantomeno forzatamente costruito il volto di Jess: manca un senso di appartenenza a ciò che si racconta e un coinvolgimento delle parti con chi guarda. Film che alla fine non appassiona e con effetti finali smisurati; lo stile latita e il verso a ‘Prisoners’ di Denis Villeneuve è una sconfitta a più punti.

Chiwetel Eljiofor ci crede molto e il ruolo gli dà una mano ma resta solo a navigare tra regia non consona e un avanti-indietro che schiaccia il film in un silenzio di passione. Un attore che resta a scavare il passato (suo e di Jess) fino alla fine quando una fossa in giardino potrebbe chiudere il caso.
Voto: 5-.

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