“Inferno” (id, 2016) è il ventiquattresimo lungometraggio del regista-produttore dell’Oklahoma Ron Howard.
La trilogia del professor Robert Langdon si completa con questa pellicola (dopo ‘Il Codice da Vinci” e “Angeli e demoni” sempre diretti da Ron Howard che ha un’ambientazione quasi tutta italiana (Firenze e Venezia) con il finale a Istanbul (in verità le scene sono state girate a Budapest). Il regista di Duncan si affida alla sceneggiatura di David Koepp (in riferimento dal romanzo omonimo di Dan Brown) per disegnare un thriller veloce e da ‘mal di testa’ per il suo personaggio principale: le cose non riescono alquanto bene. Tutto appare in agitazione termica (e di fuoco) nella prima mezzora poi la pellicola tenta strade dirette e sincronismi di nomi tra Venezia e Instabul facili e di grande appetito verso il pubblico. D’altronde la pubblicità al treno ‘Italo’ da la scossa al professore durante il passaggio in una galleria (chi sa quale verrebbe da dire?..tra Firenze e Bologna … oppure inventata opportunamente …): chi sa se il treno veloce è parafrasi di una Italia da Thriller o se l’arrivo a Venezia procura solo effetto devastante al popolo in piazza San Marco. Si deve dire che la parte ‘fiorentina’ è piena di segnali e modi (forse qualche eccesso di divismo della città) mentre la città lagunare ha un pulpito positivo nella sua inquadratura dall’alto perché in basso succede poco o nulla prima di andare alle ‘porte’ di Santa Sofia a Instabul.
L’effetto finale ( hitchcockiano …. molti ci stanno provando … da ‘L’uomo che sapeva troppo’ del 1956), con il concerto del solstizio (come viene detto) a fianco alle colonne piene d’acqua sotto la grande Basilica procurano disorientamento ma soprattutto immedesimazione sulle inquadrature che restano linearmente compatibili ma non eccitanti al massimo. Non facile il compito, ma il cast e Tom Hanks, sopperiscono a qualche vuoto di incastro tra musica, immagini e montaggio. Il finalino con la maschera di Dante giova ai viziosi per un capitolo che non c’è (certo se Dan Brown … scrive …. il regista è pronto … ma gli anni passano anche per il ‘professore’).
La trilogia non ha l’accezione del miglior cinema: tutto molto grovigliosa-mente appetibile con una produzione di grande partecipazione ma le pellicole non sono di livello. O meglio sono film guardabili come spasso e serata con gli amici senza pretendere troppo. Il professor ‘Hanksì fa il suo dovere ma le sceneggiature (da idee contorte) non sempre riescono a dare il massimo. Questo ‘inferno’ è poco durevole per mobilitare l’intelletto e sventare il virus ‘maligno’ per una umanità in grande pericolo: da Dante a Vasari, dalle anime dannate alle lettere-enigma, dal ‘cerca-trova’ alla testa dei cavalli, dai sotterranei d’acqua alla testa del Sommo Poeta. Tutto in una pausa a intermittenza con fraseggi in libertà e confini thriller ancora tali.
“Non è il mio lavoro migliore ma per gli italiani può bastare …” dice Harry a Robert quando un colpo di spranga fa fuori … un qualcuno che detesta! Ecco non è neanche il lavoro migliore del regista che ha fatto di più nella sua carriera e neanche la prova che ci fa ricordare il film per Tom Hanks. Dispiace. L’attore naturalmente, a scanso di equivoci, regge la baracca bene con il suo carisma (non ci sono dubbi), alza il tiro della pellicola ma non si può pretendere altro dal suo stare in scena (forse il correre continuo e certamente non fluido vorrebbe farci capire della sua goffaggine oppure si vuole fare il verso a pellicole alla ‘Bond’) o il suo stare al gioco è solo atto di riconoscenza verso la produzione. In ogni caso è l’attore californiano che rende l’incasso sicuro o perlomeno ci spera la produzione (regista in primis con il fidato Brian Grazer della loro casa ‘Imagine E.”) per un volto che un grande ‘appeal’ verso il pubblico.
Dal ‘Codice’ alla ‘Commedia’ con fagocitazioni religiose, storiche, letterarie e molto altro: la scrittura di Dan Brown è molto ‘assemblata’ per piacere e il cinema ha preso il tutto senza sconti e con libertà di luoghi e di stordimenti. Il cerchio, però, non è ben calibrato e il centro narrativo del Professor di Harvard si compiace della sua acuta intelligenza quasi da specchio allo scrittore della ‘New England’. Il vuoto di memoria di Langdon è anche il nostro: si va a vedere Tom Hanks, e fin qui va bene, per il resto una pellicola poco funzionale e asfittica. (n.b.: la produzione e lo scrittore sapevano di uno stesso titolo di un certo Dario Argento?).
La regia tende al panoramico e ai lunghi incontri, al viso disorientato e a luoghi di bellezza.
Voto: 5½ /10.

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