Docter ha svolto i compit’a casa: s’è letto il LeDoux di “The Emotional Brain” (1998, tr. it. dello stess’anno: “Il cervello emotivo”), ch’ipotizza 5 emozioni base (paura, amore, odio, rabbia, gioia, cf. https://books.google.it/books?id=AxzbAAAACAAJ, nel film cambiat’in Paura, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Gioia – Fear, Sadness, Disgust, Anger, Joy), e il Kosslyn di “The Case for Mental Imagery” (2006, cf. http://www.amazon.com/Case-Mental-Imagery-Oxford-Psychology/dp/0195398971), che rimpiazza la novecentesca panlinguistica teoria della mente con quella dell’immagini mentali, e ciò spiana la strad’a una rappresentazion’iconica dell’attività psichica congeniale all’essere tradotta nel codice cinematografico (per un approfondimento si legga: “Pixar and the Brain Scientists” di Wai Chee Dimock, cf. https://lareviewofbooks.org/essay/pixar-and-the-brain-scientists). Un po’ di psicoanalitiches’anglofono non guasta e così c’è pur’il Subconscio (“Unterbewusstsein”) invece del termine corretto inconscio (“Unbewussten”). Come diceva nell’81 la pubblicità della Telefunken, “potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci” (https://www.youtube.com/watch?v=S3RuTgdhk3A), e difatti le 5 emozioni sono state antropomorfizzate in maniera particolare: Gioia ha le sembianze d’una stella, Tristezza ricord’una lacrima, Rabbia è un vivido fuoco, Paura assomigli’a un nervo e Disgusto a un broccolo. La sintesi conclusiva fra Gioia e Tristezza è anticipata dal colore blu, quello di Sadness, dei capelli di Joy, ma l’intera pellicola è un tripudio di fantasia ipercromatic’al potere (si pensi alla scena del Pensier’Astratto con riferimenti a Picasso, Kandisky e Miró). Un’idea analoga era già venuta a Woody Allen nel 7° episodio del suo lavoro del ’72 e ai Farrelly d'”Osmosis Jones” nel 2001. Tuttavia la 15a produzione Pixar-Disney non si discosta dalla sua consuet’ideologia conformistica, reazionaria e distopica: l’immaginazione apparentemente sfrenata è al contrario sottomess’a rigidissimi vincoli contenutistici. Non sia mai che Riley, la protagonista 11enne, abbia il carattere d’una ribell’antifamiliarista, anzi: “Inside Out” gira dall’inizi’alla fine attorno alla condanna di tal’eventualità, adottand’ogni possibil’espediente per censurare una simile prospettiva. E se deve morire un personaggio, muore Bing Bong, l’amico immaginario immolato sull’altare d’un immutabile realismo. Nessun timore: roba del genere attecchisce sol’in cervelli già predisposti all’accondiscendenza verso lo status quo. Rimbaud e Cioran, Ungaretti e Bloch, Bresson e Pialat, Buñuel e il Van Sant della “Trilogia della morte”, Ferreri e il 1° Bellocchio, Céline e Bukowski, Burroughs e il 2° Freud (quello della “demoniaca coazione a ripetere al di là del principio di piacere”) l’avrebbero snobbata, e con loro io mi trov’in buona compagnia. Autori dissidenti, non asserviti al leopardiano & nicciano “nichilism’attivo” dell’acritica e scriteriat’accettazione dell’esistenza.

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